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Cosa diremo a Natale?

23 dicembre 2010

Sto iniziando a preparare la liturgia di Natale.  L’intera liturgia ha una ricchezza sempre nuova e sempre attuale a cui ispirarsi. Ma il peso della preparazione dell’omelia, l’azione propria del celebrante che fa risuonare il messaggio della fede confessandolo nell’oggi della comunità,  diventa sempre più pesante.


La prima sensazione che avverto dentro di me è un senso di difficoltà. Preferirei stare zitto, non dire niente, dire solo le parole della liturgia, senza commento, senza interpretazione, senza incarnazione nell’oggi. Ma non si può fuggire. Non si può celebrare la fede senza ridire la speranza nel nostro contesto.E cosa potrò dire? Avverto troppo forte la separazione che nelle comunità ha ormai preso piede tra Vangelo e Cultura. E’ una separazione antica che proviene dalla incapacità del dispositivo pastorale di Trento centrato sulla affermazione del valore redentivo della morte (e quindi anche della nascita) di Gesù. Il perdono dei peccati, così come viene comunicato e compreso,  è una verità troppo lontana dall’insieme degli eventi della quotidianità (Benedetto XVI, Luce del Mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, 2010, p. 192).

E’ lontana dalla individualità delle persone cioè il loro continuo tentativo di essere capaci di gestire se stessi. E’ lontana dalla quotidianità sociale. Lavoro, sicurezza, futuro dei figli,  qualità delle relazioni, gestione dello stress, mancanza di sostegni sociali. E’lontana dalla sensazione di oppressione culturale e politica, oppressione guidata dai poteri sempre più forti che cercano di riconquistare spazi in passato redistribuiti e che certo non chiedono il perdono dei peccati e a cui , in ogni caso, non si può donare senza un chiaro impegno di conversione.

E soprattutto, sento di non possedere le categorie teologiche e spirituali per realizzare la mediazione necessaria a dare davvero speranza a coloro che verranno ad “ascoltare il Vangelo”. Sono temi e realtà troppo difficili da mediare con il solo sistema linguistico ereditato da Trento.Penso che dobbiamo avere il coraggio di mettere in evidenza che l’insieme del concilio vaticano II non sia stato sufficiente e  il post-concilio non ci sta aiutando. Non vedo impegno nella comunità ecclesiale e soprattutto nelle sue guide (pastori, teologi, credenti adulti, capi di movimenti e associazioni) ad affrontare la fatica di “ridire la fede”. 

Troppa paura, troppi interessi contrapposti, ci stanno portando a farci perdere il coraggio di intuire il futuro ma, al contrario, ad accontentandoci del presente, anzi teorizzare l’utilità della separazione della fede dalla cultura. Sì, quanto ci “piace” non essere significativi, essere “separati” e inventarci una “settore culturale” tutto nostro dove rifugiarci e invitare la gente a nascondersi.

Scriveva Paul Tillich già negli anni 1950:    ”‘rilevante’ significa che il messaggio cristiano risponde agli interrogativi esistenziali dell’umanità di oggi. ‘Irrilevante’ significa che non vi risponde….La predicazione cristiana così come viene fatta oggi è in grado di dare risposta a questi interrogativi e a questo anelito ad un messaggio capace di guarigione?” [Tillich P., L'irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l'umanità oggi, Queriniana [Pilgrim Press], Brescia [Cleveland]  1998 [1996], 40].

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