Mi
colpisce la quantità di reazioni della stampa e dei media alla
comunicazione ecclesiale di questi ultimi tempi. Mi fa pensare
molto. Abbiamo infatti avuto interventi sulla Nuova
Evangelizzazione, sugli Orientamenti dei Vescovi circa il
prossimo decennio dedicato alla educazione, una nuova
esortazione post-sinodale sulla Scrittura nella vita della
chiesa. Una sottoesposizione; informazioni che sono state
ritenute una “non comunicazione”, una “non notizia”.La loro attenzione, cioè quello che per loro è “la notizia da urlare” è una (due) espressioni del nuovo libro intervista del Papa Benedetto XVI nuovamente concessa a Peter Seewald. Essa riguarda la “apertura” del Papa alla intenzionalità morale che permetterebbe l’uso dei contraccettivi in alcuni casi. Riportandola nessuno ha banalizzato la cosa perchè per tutti è stato chiaro (New York Times in primis) che l’espressione è simbolica di un nuovo rapporto con la modernità e la soggettività della coscienza umana. E’ così? E’ piaciuto interpretarla così? Nel gioco della comunicazione non ha importanza. Il messaggio non è solo quello che l’emittente trasmette ma include anche la decodificazione del ricevente!
Ha quindi ragione Giancarlo Zizola (più volte intervistato dai canali Rai su questo tema) quando afferma che culturalmente (e non giornalisticamente) il cuore del testo, la “novità” sta (starebbe) in unatteggiamento diverso verso la modernità è soprattutto nel recupero della centralità della questione del linguaggio.
Non è sfuggito infatti il discreto richiamo fatto da Benedetto XVI al Discorso inaugurale di Giovanni XXIII all’apertura del Concilio in cui indicava l’aggiornamento linguistico come compito principale del sinodo ecumenico. Tema che in realtà fu realizzato solo in parte. Per ovvi motivi e difficoltà. Tema che fu oggetto di grandi controversie nel dopo concilio. Tema interpretato dal Card. J. Ratzinger in chiave sempre inclusivista (rileggere la novità all’interno della tradizione della grande chiesa dei padri). Tema che sembrava chiuso dall’intervento sulla corretta interpretazione del concilio fatta dal Papa a Natale del 2005.
Tema
che oggi tona a capo. E’ lo stesso pontefice ad aprire una pista
da molti e da tempo sostenuto (uno per tutti: la riflessione
di Godin H.-Daniel Y., La France, Pays de mission?, Les Editions
de l’Abeille [poi Cerf], Paris 1943 [1950]). Per il
futuro del cristianesimo, per la nuova evangelizzazione, non
è sufficiente ardore e politica. Occorre un nuovo racconto per
la narrazione cristiana (cattolica). Non è sufficiente il
racconto del Catechismo
della Chiesa Cattolica.
Se questa interpretazione e ricostruzione di questi avvenimenti ha un qualche fondamento lo comprenderemo nei prossimi anni. Certo è significativo come la stampa e i media abbiano centrato (a modo loro) il cuore del problema. La questione da approfondire non è Verona, il comunicare la fede, i cercatori e l’educativo.
Cose tutte importanti ma che sono contorno del cuore della questione:ridire e ridirsi la fede. Alle comunità spetta il compito di realizzare un vero discernimento e finirla di far finta che il problema sia altrove, sia solo l’anticlericalismo.
i testi
I testi del Papa più volte richiamati sono questi:
“Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’HIV. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità.
[D. ] Questo significa, dunque, che la Chiesa Cattolica non è fondamentalmente contraria all’uso dei profilattici?
Naturalmente la Chiesa non considera i profilattici come la soluzione autentica e morale. Nell’uno o nell’altro caso, con l’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana [170-171]
“[D.] E l’altro?
L’altro consiste nel fatto che proprio la scienza dal canto suo riconosce i propri limiti, molti scienziati oggi affermano che l’insieme delle cose da qualche parte deve pure essere giunto, e che dunque dobbiamo porre di nuovo questa domanda. Con ciò si sviluppa una nuova comprensione del religioso; non come fenomeno mitologico, di natura arcaica, bensì come scaturente dall’intimo rapporto con ilLogos: cioè così come il Vangelo in realtà ha voluto ed annunciato la fede.
Ma come detto, in questo grande contesto la religiosità deve rigenerarsi e trovare così nuove forme espressive e di comprensione. L’uomo di oggi non capisce più immediatamente che il Sangue di Cristo sulla Croce è stato versato in espiazione dei nostri peccati. Sono formule grandi e vere, e che tuttavia non trovano più posto nella nostra forma mentis e nella nostra immagine del mondo; che devono essere per così dire tradotte e comprese in modo nuovo. Dobbiamo nuovamente capire, ad esempio, che il concetto di male ha davvero bisogno di essere riconcepito. Non lo si può mettere semplicemente da un canto o dimenticarlo. Deve essere riconcepito e trasformato dal suo interno.
[D.] Che significa?
Significa che veramente viviamo in un’epoca nella quale è necessaria una nuova evangelizzazione; un’epoca nella quale l’unico Vangelo deve essere annunciato nella sua razionalità grande ed immutata, ed insieme in quella sua potenza che supera quella razionalità, in modo tale da giungere in modo nuovo al nostro pensare ed alla nostra comprensione.
L’uomo rimane certamente sempre lo stesso, nonostante tutti i cambiamenti. Non ci sarebbero così tanti credenti se nell’intimo del loro cuore essi non comprendessero questo: “Sì, quello che la religione annuncia è ciò di cui abbiamo bisogno. La sola scienza, isolandosi e autonomizzandosi, non riempie tutta la nostra vita; ne soddisfa unicamente un ambito, che certo ci offre grandi cose, e tuttavia la scienza a sua volta dipende dal fatto che l’essere umano rimanga tale”.
i testi indirettamente coinvolti sono
Giovanni XXIII, Discorso
di apertura al Concilio, 1962, 11 ottobre
“E necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve
essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in
modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è,
infatti, il deposito stesso della fede, vale a dire le verità
contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui
quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso
senso e la stessa portata” [EV I, 54-55*]
Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, 1965, 7
dicembre
“È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e
dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare
attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del
nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio,
perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia
meglio compresa e possa venir presentata in forma più
adatta.,,,” [GS 44]
Paolo VI, Evangelii
Nuntiandi, 1975, 8 dicembre
“La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della
nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare
tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della
cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere
rigenerate mediante l’incontro con la Buona Novella. Ma questo
incontro non si produrrà, se la Buona Novella non è proclamata”
(EN 20)
libri interviste
Di J. Ratzinger
Ratzinger J., Rapporto sulla fede, EP, Cinisello Balsamo
1985
Ratzinger J., Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa
cattolica nella svolta del millennio, in un colloquio con Peter
Seewald, San Paolo [Deutsche Verlag-Anstalt GmbH], Cinisello
Balsamo [Stuttgard] 1997 [1996].
Ratzinger J., Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo
millennio. In colloquio con Peter Seewald, San Paolo, Cinisello
Balsamo 2001.
Benedetto XVI, Luce del Mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei
tempi. Una conversazione con Peter Seewald, Libreria editrice
vaticana, Città del Vaticano 2010.