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| aesp - agenzia ecclesiale per lo sviluppo e la sperimentazione pastorale | |
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articoli
"Educare in famiglia, educare nella Chiesa. Quale dialogo possibile?" |
La mediazione educativa della pastorale1. comprendere le difficoltà attuali della pastorale
- si tratta di difficoltà che derivano alla comunicazione educativa della chiesa per il fatto che la attuale socializzazione in atto in Italia rende le nuove generazioni deboli. Infatti la cultura attuale veicola: l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività n.9). Si tratta di aiutare le NG a vivere la propria libertà nella logica dei valori. Si deve quindi parlare di crisi della pastorale come cristi educativa cioè del suo stile comunicativo e relazionale. - il documento invita a questa riflessione in continuità con le prospettive lanciate dagli orientamenti degli anni 2000 (CVMC): la dimensione catecumenale e la attenzione agli ambiti di vita 2. la mediazione educativa nella missione della chiesa
Il cap. III (Educare, cammino di relazione e di fiducia – nn. 25-34) ci invita a riflettere proprio su alcuni aspetti di una pratica pastorale “educativa”. In senso molto generale educare è questione di: Relazione (comunicazione continua, affettiva, che riconosce il valore della persona); Fiducia (come dimensione antropologica e come fede nel progetto di Dio); Intervento “progettato” (on scopi precisi, ruoli definiti, esperienze adeguate); In alleanza o sinergia o rete educativa; In tempi adeguati e pazienza e rispetto della persona. Si possono fare alcune riflessioni.
2.1. educare nella libertà: il principio
della personalizzazione. Lo sviluppo della libertà di decisione 2.2. ricostruire l’alfabeto della vita buona per una nuova stagione della mentalità di fede. Si tratta di riflettere sui contenuti del messaggio. Sarà importante trasmettere il vangelo secondo un nuovo racconto: ciò che è buono per la vita. È il racconto del senso della vita. Accanto alla motivazione teologica (il vangelo è parola di Dio) stare attenti a narrare la fede dentro una interpretazione di fondo più antropologica: ciò che permette la vera autorealizzazione e la vera libertà. 2.3. educare nella relazione e testimonianza. L’istruzione si basa sul principio di autorità. La educazione relazione su quello della autorevolezza. Questo avviene a livello di affettività e quindi di relazione profonda tra le persone. Si realizza nel tempo, nello scambio non solo di informazioni ma anche delle proprie esperienze di vita e di fede. Per questo l’educazione è anche testimonianza della fede a partire dal vissuto di fede proprio e delle comunità. Si può narrare solo raccontando! 2.4. educare per integrare fede e vita. Una parte della comunicazione della fede riguarda il messaggio, ma educare è anche sviluppare nelle persone le capacità di vivere le dimensioni della vita cristiana: ascolto e sequela; fraternità; condivisione della missione ecclesiale; comprensione del proprio carisma; sviluppare la spiritualità e la preghiera comunitaria. Queste “competenze” si sviluppano attraverso la formazione: sperimentazione ed esperienza concreta. 2.5. rafforzare i soggetti pastorali nel loro ruolo educativo. Il clero e gli agenti pastorali hanno bisogno di sviluppare le dimensione comunicative della pastorale e soprattutto la capacità di “entrare in relazione”. La famiglia va aiutata a recuperare il proprio ruolo educativo e non solo di “allevamento”. Nella prospettiva della comunione diocesana le associazioni e i movimenti possono essere di grande aiuto. 2.6. una pastorale integrata: mettere in rete le risorse in e di un territorio. L’educazione si rivolge alla persona in modo unificato. Attorno alla persona agiscono tutte le dimensioni della pastorale. Ma la parrocchia dovrà imparare a collaborare anche con agenzie non parrocchiali. 3. per il futuro itinerario di formazione cristianaSi tratta di ripensare non solo l’azione concreta degli operatori ma anche il quadro operativo globale secondo le prime indicazioni del c. V del documento e soprattutto la questione della revisione degli strumenti e degli itinerari (indicazioni per la progettazione pastorale) 3.1. verificare la pratica comunicativa ed educativa della parrocchia in modo da verificare se è incentrata solo sul messaggio (bibbia e liturgia) oppure anche sulla persona (motivazione, libertà, ricerca, affettività, relazione e appartenenza). 3.2. attivare percorsi di formazione degli operatori pastorali nella prospettiva della acquisizione delle competenze educative. Questo può avvenire con l’aiuto dei centri diocesani ma anche coinvolgendo persone che vivono nel proprio territorio parrocchiale. 3.3. ripensare la pastorale secondo i quattro momenti del processo educativo-formativo. La nostra pastorale è prevalentemente di socializzazione cioè di trasmissione del messaggio. Non tiene invece in sufficiente conto altre dimensione dell’educazione: l’evangelizzazione cioè la proposta e la libera adesione al vangelo: la inculturazione o riespressione della fede con la propria cultura e interiorizzazione cioè il percorso di unificazione interiore (questo è propriamente il momento educativo); la formazione ovvero la sperimentazione e quindi lo sviluppo della capacità di vivere la vita cristiana nella comunità. 3.4. “riscrivere” gli itinerari a partire dalla persona. Come ci diranno i vescovi gli strumenti della pastorale vanno ripensati in modo che rispondano al modo che le persone e i gruppi hanno di: apprendere, sperimentare, decidere, appartenere, realizzare.
Per approfondire
Meddi L., Progetto Cei, in
http://aespblog.wordpress.com/category/progetto-cei/
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