catechesi e adulti

Comunicare la fede

Si inizia a parlare degli indirizzi pastorali per il prossimo decennio. Il recente Consiglio Permanente della Cei afferma a tale proposito di dover ripartire da una rievangelizzazione della società realizzata attraverso la scelta di mettere al centro della vita cristiana la familiarità con la Sacra Scrittura e di curare maggiormente la qualità delle relazioni personali nella comunità. Circola anche un possibile slogan per tale prospettiva: comunicare la fede. Riflettere sulla evangelizzazione è indubbiamente una ipotesi giusta per le nostre chiese. Lascia infatti pensare che si mette al centro delle riflessioni la progressiva separazione culturale e progettuale della società italiana rispetto al vangelo e i suoi valori. E’ una preoccupazione che non vuole mettere in discussione la libertà di ciascuno di fare altre scelte di vita rispetto alla fede cristiana ma che sollecita la presa di coscienza della comunità ecclesiale in ordine alla sua missione cioè al suo esistere.

 

La necessità del tema

 

Tale affermazione infatti mette a nudo (e abbiamo bisogno di uscire da una facile illusione su tale punto) la fragilità in cui vivono le comunità. Forti nei momenti ufficiali, celebrativi, organizzativi, socializzanti, appaiono invece estremamente fragili quando devono manifestare la propria identità e proporre alle nuove generazioni i propri valori autentici e profondi. Le comunità appaiono senza orizzonte progettuale, senza energia culturale, senza coscienza di una missione. Tale proposta, inoltre, fa comprendere che siamo ben distanti dall’aver raggiunto l’obiettivo di costruire comunità adulte nella fede, ricche di sapienza evangelica, ricostruite nel tessuto evangelico, che agiscono a partire da una chiara coscienza di verità. Al contrario sempre più appaiono sfilacciate "dentro"; con una realtà di fede marginalizzata rispetto alla vita degli stessi "credenti", incapaci di coinvolgere il mondo perché non sono stati raggiunti essi stessi dalla potenza e dalla energia del Vangelo. Senza una forte crescita interiore ed interna i nostri cristiani stanno andando verso una deriva pluralista nutrita di innumerevoli esperienze religiose che sono problematiche non perché "plurali" ma perché sembrano aver smarrito il centro che le possa rendere autentiche. La possibilità di riflettere sulla fede e la sua comunicazione (dentro e fuori) la comunità sembra per questo non solo un progetto felice, ma necessario e irrinunciabile. L’evangelizzazione infatti nasce dalla testimonianza di una comunità che vive "onestamente" il suo percorso di sequela del Vangelo.

 

La continuità del tema

 

Tale ipotesi di "orientamento" pastorale per le chiese che vivono in Italia non è da pensare come cosa del tutto nuova. Esso si inserisce in un cammino che data ormai più di 30 anni e che ha voluto e vuole realizzare il Concilio nelle nostre comunità. Tale ambizione è una necessità, è un dono dello Spirito, è un compito. E’ dunque un cammino con radici consolidate; che ha conosciuto salite e contorsioni, entusiasmi e battute di arresto. E’ un cammino che a volte ha smarrito l’analisi delle sue priorità o non è stato compreso nei suoi punti essenziali, quelli che creano le svolte o le reprimono. E’ forse giunto il tempo di fare nuova chiarezza sulle linee direttrici di un cammino di chiesa nel nuovo millennio. Di chiesa di popolo, di comunione, di missione, di battezzati adulti nella fede. Non è facile, infatti, vedere una linea continua nel trentennio passato. E tuttavia l’esperienza iniziata e poi modificata , a volte contrastata, è tornata alla sua questione fondamentale: per dire la fede occorre ridirsi la fede e verificare di quale fede si tratta.

 

Evangelizzazione e Sacramenti (anni ’70) probabilmente ha trovato proprio in questo punto il suo limite maggiore. Pensato come un progetto che attraverso la pastorale dei sacramenti ravvivasse la vita delle comunità, dei differenti soggetti ecclesiali e del suo fondamentale compito di promozione umana, si è limitato ad attivare corsi di catechismo in occasione dei sacramenti. Forse per questo sono rimasti per lo più azioni dei singoli, senza incidenza nella loro vita e nella loro progettualità. Ma anche le comunità hanno mantenuto tale impostazione. La fede di chi annunciava coincideva con la religiosità di chi chiedeva. Non vorrei che il prossimo piano pastorale cada nello stesso limite! Se si tratta di comunicare la fede sarà il caso di centrare la vita delle nostre comunità (almeno come obiettivo) su standard di fede e non su una prassi pastorale "al ribasso" che non riesce a fare nessuna scelta in tale prospettiva.

 

L’orizzonte prospettato da Comunione e Comunità (anni ’80) fu l’accoglienza della vita trinitaria come fonte e modello della vita, organizzazione, dinamica, progettualità, esperienza, vissuto delle nostre comunità. In realtà quegli anni segnarono l’abbandono dalle nostre parocchie di molti adulti sensibili e impegnati; sia per il riflusso frutto delle delusioni e frustrazioni ecclesiali, sia per la scelta di altri luoghi, cammini, esperienze comunitarie dove vivere la fede. Nato per unire, il piano pastorale non riuscì ad evitare il frazionamento delle esperienze "di fede" con il conseguente depauperamento delle parrocchie rimaste…sole a fronteggiare la evangelizzazione e nuova evangelizzazione. Appesantita dall’eccessivo strutturalismo, l’Ente Parrocchia, nonostante molte iniziative di "spirito comunionale", non riesce ad apparire quello che sogna e per cui è stata realizzata. A nulla sono valsi i richiami al primato dell’Eucarestia, della riconciliazione, della missionarietà e, da ultimo, della disciplina. Il decennio che si apre non potrà utilizzare le stesse logiche per "convincere" i cristiani a maturare l’appartenenza necessaria e adeguata per essere un soggetto credibile di annuncio del messaggio evangelico. Occorrerà tornare a comunicare all’interno per poter comunicare all’esterno.

 

Una carità "forma" della chiesa è stato il messaggio di Evangelizzazione e Testimonianza della Carità (anni ’90). Una carità come verità e una verità offerta come carità. La carità può essere via dell’evangelizzazione se ha per soggetto una comunità concreta (e non solo agenzie specializzate come le Caritas Parrocchiali) e una disponibilità a fare causa comune con gli ultimi. Via maestra per la formazione di tali comunità doveva essere la coscienza di essere portatori di verità e la disponibilità a farsi difensori di essa. Il cammino di formazione si è arricchito ed è stato modulato in sintonia con la preparazione al Grande Giubileo. E’ la verità che promana dalla vita della Trinità e che noi abbiamo conosciuto nella contemplazione e accoglienza delle Grandi Missioni Trinitarie: l’azione dello Spirito nel Mondo e la missione di Gesù di Nazareth. A guardare l’insieme delle pubblicazioni che hanno accompagnato tale preparazione o sostenuto le missioni popolari in preparazione al Giubileo sembra essere stato più una riproposta "delle verità". Tale impostazione forse avrà riportato alla memoria le pagine del catechismo studiate dai nostri adulti da ragazzi, ma molto difficilmente può ispirare il discernimento nella vita quotidiana delle comunità e dei singoli credenti. Una verità che apre la porta del mistero ma non della storia di ogni giorno. Una comunità così poco "attrezzata" a interpretare la vita come potrà comunicare la fede? Non potremo, quindi, pensare al prossimo decennio come ad una ulteriore alfabetizzazione teologica degli adulti e dei giovani come se la fede coincidesse con le verità. E’ una metodologia più volte utilizzata nelle nostre comunità parrocchiali. Non sarebbe una novità ma un permanere nella incapacità di mostrare il Vangelo come "buona novella".

 

Possibili direzioni

 

Forse il termine "comunicare" posto vicino a "fede" potrà risultare ambiguo. Forse sarebbe più significativo testimoniare oppure invitare, ricercare, annunciare la proposta, il messaggio. Ma non è poi tanto importante. Quanto piuttosto mettere in evidenza che i due termini si specificano l’un l’altro.

 

La fede è realtà che possiede diversi livelli. Essa riguarda innanzitutto una esperienza di salvezza che diventa proposta di vita e ristrutturazione della esistenza, personale e quindi comunitaria. Nasce da una storia concreta che ha coinvolto persone che ne sono diventate i testimoni. Loro hanno continuato a costruire la storia e hanno dato parole a tale esperienza. Si può quindi comunicare la storia che invita alla fede. Ma questa non può essere contraddetta o invalidata dallo stile di vita di chi la propone. In questo caso messaggio, soggetto comunicativo e canale-mezzo comunicativo devono coincidere. Mettere mano alla prima evangelizzazione comporta la rievangelizzazione dei battezzati. E questo lascia intendere il desiderio di una organizzazione della vita comunitaria della chiesa secondo modelli più evangelici. Prioritario non è la difesa della chiesa a spada tratta, quanto il costruirla continuamente in fedeltà alla esperienza originaria.

 

La storia a cui facciamo riferimento e in cui crede la comunità cristiana è la "vicenda" di Gesù di Nazareth. Non si può bypassare questo punto e "codificare" l’annuncio con altri linguaggi. Non si può continuamente annunciare le interpretazioni del fatto. Occorre raccontare di nuovo il fatto che ha dato origine alla nostra storia: evangelizzare e rievangelizzare ha per contenuto fondativo la passione di Gesù per la causa del Regno di Dio. Incarnazione e Redenzione non vanno opposte e neppure appiattite. Anche in questo aspetto si manifesta la centralità della Celebrazione Eucaristica che ci propone ogni anno, cioè aperta ad ogni novità che la storia manifesta, la "storia" di colui che ha cambiato la storia. E ce la presenta come racconto e come sacramento. La vicenda personale di Gesù è il contenuto basico della comunicazione della fede. Non è immediatamente l’annuncio del mistero della sua persona e della sua identità fatta nel modo che noi possiamo intendere con questi termini. Quanto la misteriosità (contraria alla logica di ogni tempo) del suo agire e del suo parlare e soprattutto della accettazione della morte come orizzonte del suo programma di vita. In questo si rivela la teologicità della sua esperienza di vita e anche il mistero della sua persona. L’attenzione alla prassi di Gesù (da qualcuno chiamata la gesuologia) come fondamento del mistero di Cristo e quindi dell’annuncio della comunità è stata ben sottolineata come "novità" nel Catechismo della Chiesa Cattolica che dedica una intera parte alla narrazione della vita messianica e all’approfondimento dei misteri di Cristo. E’ la prima volta che un Catechismo Major fa questa scelta. Questa fu anche la chiara scelta del Catechismo italiano per gli adulti. Sulla necessità di tale base per la evangelizzazione concorda tutta la riflessione e la sperimentazione missionaria e pastorale di questi decenni.

 

La teologia italiana deve aiutare la pastorale, tuttavia, a chiarire se in questi anni essa ha annunciato, celebrato e vissuto nelle comunità la "storia di Gesù di Nazareth" o piuttosto il…film della storia del suo fondatore. E ancora: se la pastorale è riuscita a cogliere la centralità della prassi di Cristo ovvero la sua passione per il Regno di Dio come tema generatore della sua programmazione e della predicazione realizzata nelle differenti forme. O se "ciò per cui il Figlio di Dio si è volontariamente fatto uccidere" sia stato marginalizzato nella sua coscienza.

 

La comunicazione della fede che nasce dalla continua rievangelizzazione delle comunità sul suo "nucleo centrale" incontra uomini e donne già impegnate a costruire il mondo. Molto probabilmente con modi di pensare e di organizzare la vita che possono essere espressi con formulazioni linguistiche (ma anche simboliche, rituali e comunitarie) differenti. Questa è la situazione della Chiesa nella Modernità o Post-Modernità. La chiesa lamenta una sempre maggiore indifferenza della cultura nei confronti della sua proposta. Indifferenza che è nata innanzitutto in casa nostra come affrettato e a volte preconcetto "giudizio" verso la pluralità dei percorsi di salvezza. Ora la strada per un felice nuovo incontro tra Cultura e Vangelo è faticosa. Non si tratta né di opporsi né di adeguarsi alle mode culturali ma di discernere profondamente quello che possiamo prendere dai modi di vivere dei nostri contemporanei per riesprimere la fede e arricchirla di nuove potenzialità culturali. Come possiamo andare all’incontro con gli adulti del nostro tempo solo per riaffermare quello che abbiamo già annunciato e da cui si sono per diversi motivi allontanati?

 

Una comunità cristiana rinnovata e "attrezzata" a fare continuo discernimento e incontro con i differenti tentativi di costruire la salvezza sarà una comunità adulta, plurale e pluralista al suo interno, stratificata, giustamente autonoma, in comunione apostolica con tutte le comunità che compongono la chiesa cattolica. Questa comunità sarà capace di scegliersi "i compagni di viaggio" e gli alleati con cui trasformare il mondo. Andando oltre un inutile isolamento e contrapposizione (cioè estraniazione dalla storia) avrà come criterio per scoprire "gli uomini di buona volontà" quello stesso che aiuta a incarnare il Vangelo. La comunicazione della fede non è contrattazione della fede ma sicuramente individuazione di obiettivi possibili da realizzare attraverso differenti disponibilità.

 

Comunicare e quindi formare

 

Un tale progetto di annuncio e comunicazione può essere realizzato attraverso "truppe speciali" come si è tentato molte volte nei secoli. Oppure facendo tornare la comunità ad essere "tutta intera soggetto" della missione. E’ questa una felice stagione che si è aperta con le missioni al popolo fatte dal popolo. Una comunità da educare e formare. Nel 30° anniversario del Documento Base italiano tale questione ritorna decisiva. Si forma ed educa attraverso un processo lungo, rispettoso della persona perché centrato su di essa e sulle comunità. Le scorciatoie che mirano a realizzare frettolosi percorsi catechistici, centrati sulla iniziazione cristiana da realizzare in età infantile, tesi più a mantenere il passato che a costruire il nuovo, sono continue tentazioni che la pastorale deve superare. Come pure l’ipotesi che si possa "convincere" gli adulti attraverso operazioni elitarie e strumentali. La "politica culturale" della comunità passa attraverso la popolarità e democraticità del percorso. Il Progetto Catechistico Italiano, rafforzato e aggiornato, è il centro di tale possibilità di nuova evangelizzazione e non solo la struttura operativa da utilizzare.

 

Una comunicazione della fede, quindi, realizzata per mezzo della vita di comunità adulte, impostata come dialogo finalizzato alla trasformazione e salvezza del mondo, a partire dalla centralità della esperienza umana e religiosa di Gesù di Nazareth.