Chiesa in Italia: la nuova catechesi

 

Lorenzo LOBARILE [postato il 4 giugno]

Della lettera dei vescovi (Annuncio e catechesi per la vita cristiana 4/4/2010) mi colpiscono due punti, il primo che sottolinea che la “missionarietà verso i giovani vuol dire entrare nei loro mondi, frequentando i loro linguaggi” e il secondo riguardante l’importanza di ”valorizzare il rapporto tra fede e ragione”, mentre nell’’intervento di Mons. Crociata è per me importante l’attenzione sull’educazione e sulla valorizzazione di ogni espressione educativa.

Possiamo partire dal riferimento alla Gravissimum educationis in cui si precisa che la Chiesa “tende a penetrare del suo spirito e ad elevare gli altri mezzi che appartengono al patrimonio comune degli uomini e che sono particolarmente adatti al perfezionamento morale ed alla formazione umana, quali gli strumenti di comunicazione sociale le molteplici società a carattere culturale e sportivo, le associazioni giovanili e in primo luogo le scuole”.

“Prima di educare la fede bisogna suscitarla” e per questo va valorizzata ogni esperienza educativa. Ma le varie esperienze vano viste nella loro unitarietà e armonia. E mi sembra che si dia poco spazio a quello che per molti ragazzi e giovani è l’unico approccio al fenomeno religioso (mi riferisco naturalmente al confronto ‘laico’ che hanno con la religione in ambito scolastico).

Se la “valorizzazione di ogni esperienza educativa” è fondamentale, va preso atto che se non ‘funzionano’ le altre agenzie educative (famiglia, scuola, istituzioni sul territorio) non potrà nemmeno funzionare l’istruzione catechistica, con spreco di risorse ed energie.

E questo rimanda alla seconda questione che “interroga le varie forme di integrazione e collaborazione che si possono utilmente promuovere tra famiglia, scuola e comunità cristiana”. Attualmente sono tre mondi a se stanti, la famiglia delega, le parrocchie guardano con sufficienza al mondo della scuola e questa a sua volta procede in modo autonomo. E’ un problema non solo l’integrazione, ma anche la collaborazione (i cui termini vanno naturalmente studiati).

Chi vive nel mondo della scuola vede tutto ciò, vede le difficoltà che i bambini e gli adolescenti hanno, come vede la necessità di formare buoni formatori.

Un’ultima parola sulla scansione degli itinerari. Questi non possono ripetere lo stesso modello scolastico. L’alunno come non vuole che il catechismo sia la brutta copia della scuola, non accetta nemmeno un IRC catechistico.

Perché mantenere una maggiore attenzione verso il mondo della scuola? Perché la Chiesa se vuole “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” e rivolgersi a chi vive nell’indifferenza e ai non cristiani, sa che queste persone, che non passano attraverso le parrocchie, si possono incontrare in altri ambiti, scuola in primis (senza per questo cadere in alcuna forma di strumentalizzazione). Diversamente, chi non viene a cercarci in parrocchia è tagliato fuori da qualsiasi ‘formazione’ religiosa. Qui si valorizza inoltre il rapporto tra fede e ragione.

All’inizio, ho riportato tra i punti qualificanti il rapporto tra fede e ragione. Credo che non sia oggetto di discussione che il settore più idoneo per affrontare tale problematica sia la scuola.

Infine, non va dimenticato il riferimento al rapporto con il territorio. E in questo settore si può trovare un dialogo fecondo. Anche la scuola ha tra gli elementi portanti il dialogo con il territorio.

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Perchè un decennio dedicato alla educazione?


L'educazione come via dell'evangelizzazione ha colto felicemente di sorpresa gli osservatori della pastorale che, forse, si aspettavano un decennio ancora centrato sulla dimensione veritativa.

Ma esattamente cosa significa recuperare la dimensione educativa della\nella pastorale?

 

Luciano Meddi [postato il 22\05\2010]

 

Sembra che la prospettiva della educazione come "parola chiave" degli orientamenti della Conferenza Episcopale per il prossimo decennio riscuota notevole adesione.
E giustamente.

 

Mi sembra tuttavia che tale entusiasmo lascia intendere che gli operatori pastorali non comprendano appieno dove siano le questioni di fondo. La mia preoccupazione è che essi aderiscano senza un serio coinvolgimento ma come una novità che permette loro di mettere dietro le spalle il decennio precedente. Il loro entusiasmo nasconde l'incapacità di fare vero discernimento sul proprio agire pastorale e quello delle loro comunità?

 

La domanda da cui partire è quale è il senso di un decennio dedicato alla educazione?

Noi veniamo infatti, dopo i tre grandi programmi pastorali di evangelizzazione e  sacramenti, comunione e comunità ed evangelizzazione e testimonianza della carità, da un decennio che ha unito la comunicazione della fede in un mondo che cambia al recupero della dimensione iniziatica e catecumenale.

 

Mi colpisce proprio questo: è stato proprio il "decennio del recupero della IC" ad essere presentato come modello missionario adeguato ai nostri tempi! Perché allora un decennio di ricerca sulla dimensione educativa della pastorale? 

La risposta che, direttamente o indirettamente, viene proposta è che Il contesto sociale entro cui  viviamo mette sempre più in evidenza la necessità di "conquistare" l'attenzione delle persone.

 

Dunque per la missione non è sufficiente la comunicazione del primo annuncio e l'uso della pedagogia catecumenale? Dunque la duplice sacramentalità, della Parola e del Sacramento, non possiedono vie di trasformazione della persona sufficienti?

 

Questo è il bivio che soggiace alle analisi sulla crisi della pastorale come crisi formativa.

Da una parte la ricca tradizione che attesta una pedagogia "interna" alla esperienza cristiana. Dall'altra l'evidenza che la comunicazione umana è una via missionaria determinante. Ma questo lascia pensare che la chiesa debba riconoscere una qualche impotenza della struttura missionaria tradizionale. Quale equilibrio tra le due vie di salvezza (creazione e mistero pasquale)?

 

Questo dovrebbe essere il livello teologico-pastorale della discussione.

Per il momento si oscilla tra due tendenze. Quella che sottolinea la necessità del riferimento ai processi antropologici e quella che si limita all'uso strumentale degli stessi. Riconoscere la necessità non significa annullare il valore trascendente del processo di Grazia. Già la teologia scolastica aveva evidenziato la sua intrinseca unione alla esperienza umana. La Gratia infatti suppone la natura. La novità sta nel comprendere che il "suppone" ha un senso dinamico. La natura (cioè la dimensione della persona umana nei suoi caratteri di creatura e di cultura) possiede elementi dinamici che collaborano alla Grazia e ne rendono attuale il suo mistero.

 

Ne deriva una pastorale che è capace di "ascoltare" più attentamente i diversi dinamismi presenti nella cultura del nostro tempo. Una pastorale inculturata ovvero ripensata a partire dai segni della presenza di Dio nella storia.

 

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La questione degli itinerari
 

Le riflessioni che sollecita l'intervento di Mons. Crociata
al Seminario sui 40 anni del DB. Si pone di nuovo la questione della età più adatta al percorso di IC dei ragazzi?


Luciano Meddi [postato il 15\05\2010]

 

Ho già sottolineato come l'intervento di Mons. Crociata al Seminario svolto a Roma nei giorni 14-15 aprile 2010,  organizzato dai vescovi della Commissione per la catechesi e dedicato per una parte alla presentazione della nuova Lettera sulla catechesi, solleva interessanti riflessioni sul futuro della catechesi in Italia.

In modo particolare  sarà utile ripensare la questione degli itinerari catechistici. Riflettendo sui "cantieri aperti" ha detto alcune parole sulla necessità di ripensare la Iniziazione Cristiana dei ragazzi.

In precedenza [30\04\2010] ho già presentato alcune Sue riflessioni sulla questione della pastorale integrata e integrale come via necessaria per dare una svolta alla IC dei ragazzi. Qui desidero riprendere la prima osservazione  del Segretario della Cei che afferma:


"La prima riguarda la scansione degli itinerari sia nel quadro di una mutata configurazione dei vari passaggi dall'infanzia alla preadolescenza ed all'adolescenza, sia nel contesto di una diversificata capacità dei destinatali di affrontare la catechesi, in dipendenza da una educazione religiosa ricevuta o meno nella prima infanzia e anche dalle loro situazioni familiari.


Queste affermazioni mi suscitano alcune riflessioni.

E' certamente interessante sottolineare come Mons. Crociata inquadri il tema affermando che "una riflessione attenta assume un peso considerevole anche in relazione agli Orientamenti pastorali del decennio sull'educazione".

Questo significa forse (prima domanda) che "senza tornare a riflettere sull'impianto della catechesi italiana in riferimento non solo al catecumenato e al primo annuncio, ma anche al rinnovamento della iniziazione cristiana..." tuttavia esiste una incertezza dei vescovi sul passaggio dal quadro teologico-pastorale (cioè le scelte di catecumenato, primo annuncio e - o per - la iniziazione cristiana) e le concrete modalità di realizzazione?

D'altra parte queste eventuali "modalità di realizzazione" fino ad oggi si riassumono nel modello della Guida preparata dal Servizio Nazionale per il Catecumenato  nel 2001.

L'incertezza, seconda domanda, è da collegare alla possibile modificazione dei tempi della IC dei ragazzi che deriverebbe dalle indicazioni degli Orientamenti per il prossimo decennio?

Sarebbe quindi una migliore riflessione sul tema educativo che spinge a non dichiarare acquisito il tema degli itinerari?

 

Il testo di Mons. crociata suscita una seconda riflessione.

Infatti non si limita ad avvertire che potranno esserci delle modificazioni ma ne offre anche degli orizzonti.

La prima prospettiva è legata alla constatazione della "mutata configurazione dei vari passaggi" di vita dei ragazzi. E aggiunge "dall'infanzia alla preadolescenza ed all'adolescenza". Questo lascia intendere che psicologicamente e culturalmente le età di riferimento e ritenute adatte per il cammino di iniziazione stanno subendo uno slittamento?

Questa riflessione lascerebbe intendere che sia ancora valido il quadro di teologia pastorale, il dispositivo,  di ES 82-89 e soprattutto di alcuni aspetti della Quam Singulari di Pio X del 1910 (di cui ricordiamo il centenario)?

Che si deve ricollocare la IC dei ragazzi nel quadro più ampio del cammino adolescenziale?

 

La seconda prospettiva segue il medesimo impianto ma si sofferma sul contesto di una diversificata capacità dei destinatali di affrontare la catechesi, in dipendenza da una educazione religiosa ricevuta o meno nella prima infanzia e anche dalle loro situazioni familiari.

Il tema della "capacità" supera le precedenti impostazioni legate al diritto\dovere della offerta catechistica e si colloca nella prospettiva della logica dell'apprendimento. Forse anche della "contrattazione educativa".

Certamente va verso quella "liberazione della catechesi" (H. Derroitte) che mette l'accento sulla personalizzazione dei cammini di fede.

 

Ma anche in questo caso si solleva chiaramente la questione della età più adatta a collocare e terminare la IC dei ragazzi .

 

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Lettera dei vescovi
sulla catechesi

 

Luciano Meddi [postato il 07\05\2010]

 

A cosa serve una lettura solamente sociologica della cultura?
Cosa cercare nel contesto socio-culturale italiano?

Il testo della Lettera dopo aver ricordato le modificazioni introdotte con la precedente  Lettera di riconsegna del 1988 (diversificazione degli itinerari e riordino della iniziazione cristiana dei ragazzi, n. 7) si dedica al rilancio della catechesi mettendo in evidenza alcune necessità che riguardano il modo di realizzare l'azione catechistica. Inizia con la descrizione del nuovo contesto culturale in cui la catechesi si trova ad operare.

 

L'Italia conserva ancora larghe tracce di tradizione cristiana, ma è caratterizzata anche da un processo di secolarizzazione (n. 7). Una cultura laica, razionalista, scientista, relativista, materialista e consumista, fortemente caratterizzata dall'indifferentismo religioso, portano a  relegare la religione nella sfera del privato, con la conseguente relativizzazione dei contenuti storici e dottrinali del messaggio cristiano e dei modelli di comportamento che ne derivano e che gradualmente finisce col perdere di rilevanza anche nella vita dei singoli (n. 9).

 

A tale proposito nascono alcuni interrogativi.

 

Perchè viene fatta una analisi della condizione culturale?

Due sono le ipotesi a cui il post-concilio ci ha abituato. Un primo modello è finalizzato a comprendere le difficoltà che la missione vive. Lo schema funziona così: si analizzano le difficoltà, se ne scoprono le origini in alcune radici culturali, si da un giudizio negativo fondato sulla apologia della interpretazione religiosa tradizionale della vita.

La crisi, quindi, ha sempre un significato negativo e non è mai causa di una nuova nascita della esperienza cristiana.

 

In questa prospettiva, inoltre, occorre fare attenzione  al fatto che "l'indifferenza religiosa" (nb. è dal 1971, Vivere la fede oggi, che la Cei parla di indifferentismo religioso) viene a significare indifferenza per la verità cristiana e non per una delle possibili inculturazioni della esperienza storica del cristianesimo.

 

Ma esiste un secondo modello interpretativo che, a giusto titolo, può essere definito "ermeneutico". Questo secondo schema funziona in quest'altro modo: si descrivono i comportamenti sociali individuandone le caratteristiche culturali (a quale problema vogliono dare risposta e perchè?), si comprendono gli aspetti problematici e soprattutto le novità, l'arricchimento, in ordine alla costruzione della salvezza, si fa discernimento al fine di utilizzare queste nuove forme di vita nella esperienza umana e cristiana.

 

A nessuno sfugge che le due possibili strade chiamano in gioco lo spessore teologico delle analisi stesse.  Si deve sottolineare, infatti, che propriamente è teologico solo il secondo modello perchè si pone l'interrogativo di cogliere i segni della presenza dello Spirito che Dio semina in ogni tempo e in ogni cultura. E' stato proprio  il documento missionario (AG 4-6) ad introdurre questa lettura teologica che va oltre una lettura puramente socio-culturale e apologetica.

 

Ma, ed è questo il terzo interrogativo, a cosa serve questo tipo di lettura?

Che tipo di evangelizzazione e catechesi provocherà? Sia chiaro che il mio interrogativo non entra assolutamente nella questione della veridicità delle analisi stesse. La mia domanda riguarda solo la opportunità pastorale.

 

Una catechesi che deve mostrare la negatività delle culture presenti nella società italiana non si pone il problema della ipotesi che il suo modo di annunciare sia "culturalmente e antropologicamente" non corrispondente alle domande che generano tali culture. Questo è il problema di Lettera ai cercatori di Dio: noi ci facciamo le domande a cui noi pensiamo di poter rispondere e di cui pensiamo di avere la soluzione!

 

In termini più teologico-pastorali, non basta operare una evangelizzazione della cultura (che ha come scopo di purificare e rinnovare le culture) ma soprattutto di inculturare il vangelo (aiutare le continue incarnazioni dello stesso). Questo è l'insegnamento di CT 53 abbondantemente ripreso e approfondito da Direttorio generale per la catechesi 1997 ai nn. 109-110.203-207.

 

Tale catechesi non si pone la domanda centrale sulla "originalità della presenza creatrice di Dio in ogni tempo" da servire ed accogliere rischiando di bloccare quella evoluzione della esperienza cristiana affermata categoricamente dal concilio, tra l'altro, in LG 12 e DV 8. Una evangelizzazione e catechesi che non affronta il tema della inculturazione è destinata a rimanere nei propri problemi.

 

Infine non si pone la domanda "a quali persone devo annunciare il messaggio". Continuando ad avere come scopo solo quello di smascherare i  nemici della fede, non ci accorgiamo che i veri cercatori di Dio prendono altre strade. Una lettura della società in termini apologetici porta a radunare solo i nostalgici o i neo-religiosi di ritorno. E' il pericolo che corre la pastorale della ricompattazione fatta con coloro che vogliono una qualche forma religiosa e non con coloro che possono essere destinatari, protagonisti e collaboratori della avventura del Vangelo nella storia.

 

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Il futuro della catechesi in Italia.
3 proposte di Mons. Crociata

 

di Luciano Meddi [postato il 30\04\2010]

 

Nel seminario svolto a Roma nei giorni 14-15 aprile 2010  organizzato dai vescovi della Commissione per la catechesi e dedicato da una parte alla presentazione della nuova Lettera sulla catechesi abbiamo ascoltato una impegnativa introduzione al Seminario svolta dal Segretario Generare della Cei Mons. Mariano Crociata.

 

Il suo intervento ha svolto tre riflessioni. Nella prima ha collegato il seminario e l'importanza della Lettera dei Vescovi sulla catechesi nella prospettiva degli imminenti Nuovi Orientamenti per il decennio pastorale.  La seconda ha chiarito lo stretto legame tra catechesi ed educazione sostenendo lo slogan di Dgc 1997 (147) "evangelizzare educando ed educare evangelizzando).

 

La terza parte, la più estesa, è dedicata a riflettere su alcune piste di lavoro per il  prossimo futuro. Dopo aver ricordato l'impegno della Commissione per il rilancio dell'annuncio  kerigmatico della fede agli adulti in Italia e rinnovato l'impegno per la formazione dei catechisti, il Vescovo segretario ha chiesto di  continuare a riflettere "sull'impianto della catechesi italiana in riferimento non solo al catecumenato e al primo annuncio, ma anche al rinnovamento della iniziazione cristiana, di cui sono sempre più evidenti le difficoltà". In modo particolare  ha sottolineato la necessità di ripensare la Iniziazione Cristiana dei ragazzi secondo due direttrici.

 

"La prima riguarda la scansione degli itinerari sia nel quadro di una mutata configurazione dei vari passaggi dall'infanzia alla preadolescenza ed all'adolescenza, sia nel contesto di una diversificata capacità dei destinatali di affrontare la catechesi, in dipendenza da una educazione religiosa ricevuta o meno nella prima infanzia e anche dalle loro situazioni familiari. La seconda questione interroga le varie forme di integrazione e collaborazione che si possono utilmente promuovere tra famiglia, scuola e comunità cristiana"

 

Come si vede la prima direttrice invita a ripensare gli itinerari in una duplice prospettiva: quella psicosociale che a mio avviso significa rispettare l'età della capacità di coinvolgimento della persona in ordine alla proposta evangelica. E quella teologico pastorale che fa riferimento ai passaggi (non della vita) ma della fede.

Questi sono ormai riconosciuti: una adeguata socializzazione religiosa, un vero inserimento nella comunità, una prima evangelizzazione e infine la vera e propria iniziazione.

 

Ritengo questa prospettiva molto pertinente. Già in precedenza, infatti, mi ero permesso alcune osservazioni sulla semplificazione del concetto di itinerario catecumenale usato sia per gli adulti che per i ragazzi [Luciano Meddi, Iniziazione cristiana dei ragazzi: punti critici]

 

La seconda indicazione riguarda il tema della pastorale integrata o integrale e su cui vorrei ritornare in futuro.

 

Davvero significativa è la proposta (la terza) di "un nuovo documento progettuale condiviso che stabilisca un punto di riferimento per tutti i responsabili dell'azione pastorale in questa nuova stagione della vita della Chiesa in Italia".

 

Potrebbe significa anche solo la semplice riscrittura del documento dell'Ucn [Ufficio Catechistico Nazionale , Itinerario per la vita cristiana. Linee e contenuti del progetto catechistico italiano, Torino, Ldc, 1985; poi ripreso e rilanciato nel 2000: Ufficio Catechistico Nazionale , Incontro ai catechismi. Itinerario per la vita cristiana, Città del Vaticano, Fondazione di religione santi Francesco d'Assisi e Caterina da Siena, 2000].
Ma potrebbe significare di più;  nella linea di un testo frutto di una riflessione comune e coraggiosa che non solo ripeta la definizione degli scopi della pastorale di iniziazione, ma soprattutto l'analisi delle condizioni, degli strumenti e delle scelte da condividere.

 

Recentemente avevo sollevato riflessioni simili in un articolo per Settimana [Il Documento-base. 40 anni di catechesi, in Settimana, 2010, 45,9, 1.16]

 

"Una eventuale riscrittura collettiva del DB avrebbe due grandi pregi. Da una parte tornare a riflettere in modo sinodale sul ruolo che essa deve avere nella azione pastorale e dall’altro di definire bene le scelte necessarie sia per la evangelizzazione che per la formazione cristiana"

 

La proposta di Mons. Crociata va in questa linea e, forse, anche in maniera più concreta.

 

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Lettera dei vescovi
sulla catechesi

 

Luciano Meddi [postato il 23\04\2010]

 

Nei giorni  14-15 aprile 2010 a Roma si è svolto il  Seminario sul 40° del Documento Base "Il rinnovamento della catechesi" voluto dalla Commissione Episcopale per la Dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi in collaborazione con l'Ufficio Catechistico Nazionale.

Il testo, ad una prima lettura e rispetto alla precedente Lettera di riconsegna del 1988, si caratterizza per alcune riflessioni. Dà per acquisita la riconfigurazione della pastorale catechistica italiana secondo le indicazioni del n. 7 di quella lettera: una catechesi organizzata secondo itinerari che vanno dall'annuncio al battesimo e si possono ispirare al RICA; e itinerari di catechesi differenziati secondo una triplice articolazione: iniziazione alla vita cristiana, crescita e maturazione nella fede, formazione sistematica e permanente. Ritiene inoltre acquisita la scelta di una pastorale di nuova evangelizzazione come indicato dal documento sul primo annuncio, dal documento sulla parrocchia missionaria e dalla recente lettera ai cercatori di Dio e ne rafforza le motivazioni  e le idealità.

Il documento poi, si dedica al rilancio della catechesi mettendo in evidenza alcune necessità che riguardano il modo di realizzare l'azione catechistica. Viene descritto il nuovo contesto cultuale in cui la catechesi si trova ad operare. Una cultura laica, razionalista, scientista, relativista, materialista e consumista, fortemente caratterizzata dall'indifferentismo religioso e dove, di conseguenza, la religione viene relegata nella sfera del privato.

La catechesi deve anche per questo sviluppare la caratteristica di azione comunitaria, in stretto collegamento con l'azione missionaria ed evangelizzatrice, attenta agli adulti, capace di rinnovare la iniziazione cristiana dei ragazzi.

Soprattutto sarà una catechesi attenta alla cultura in cui viviamo e quindi che aiuta i cristiani ad attualizzare il messaggio biblico sapendo cogliere e interpretare i segni culturali del nostro tempo. Che renda capaci di far dialogare fede e ragione. Deve contribuire a lievitare le culture con l’annuncio del Vangelo, potenziare i valori di cui esse sono portatrici e a liberarle dai germi “patogeni” che alle volte esse contengono. Una catechesi capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione per gli adulti. La formazione deve essere in grado di dare significato alle esperienze quotidiane, interpretando la domanda di senso che alberga nella coscienza di molti.

Alla catechesi e ai catechisti, inoltre, viene chiesto di sviluppare capacita educative nella linea di un dialogo culturale con adulti e ragazzi al fine di aiutare a saper conoscere la cultura in cui sono immersi, saperne prendere le distanze e giudicarla con il messaggio cristiano.

Non si tratta quindi di operare un discernimento culturale e neppure di verificare l'aggiornamento linguistico adatto ad un annuncio più efficace. Il quadro missionario non è pensato nella logica dell'inculturazione e della qualità della testimonianza della comunità, ma della ricerca delle azioni comunicative che più convincono il destinatario. Quando questo fosse convinto, in quale esperienza cristiana parrocchiale lo invitiamo a crescere nella fede? Ma, soprattutto, perchè si dovrebbe convincere se ha, appunto, lasciato la chiesa per quella serie di messaggi ascoltati?

A me sembra urgente, accanto ad una ristrutturazione organizzativa, che si accompagni il rinnovamento catechistico in una prospettiva veramente missionaria. Prospettiva che includa la verifica della qualità cristiana della vita delle comunità e il tentativo di vere sperimentazioni inculturate della fede.

 

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Testo della Lettera
Documentazione dell'evento
cronaca di Avvenire del 15 aprile
40 anni del documento base

 

Il DB: 40 anni di orientamenti
per la catechesi in Italia


di Luciano Meddi

 

Sono 40 anni che il Documento Base Il Rinnovamento della catechesi guida la formazione dei cristiani in Italia. Esso iniziò il grave compito della receptio del Concilio in Italia ed ancora oggi, con i suoi slogan, ne è il simbolo. Possiede indubbi valori ma anche contraddizioni. Ha sofferto per le sue incerte interpretazioni ma, soprattutto, fu presto marginalizzato.

 

Il testo è ricco di felici espressioni sintetiche del rinnovamento proposto dal movimento catechistico e dai documenti conciliari. Ma spesso vennero svuotati al loro interno.  Se ne possono ricordare alcuni...

 

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Questione educativa
Perché un decennio?
 
Il Futuro della catechesi
La questione degli itinerari
Lettera catechesi \2
Crociata e la catechesi
Lettera catechesi \1
40 Il documento base
 
La morte dell'io