Molfetta 19 settembre 2002
Luciano MEDDI
1. proveniamo da una esperienza
di chiesa in cui veniva accentuato il carattere di società religiosa
opposta alla società civile. Essa doveva difendersi creando un blocco
unito e compatto. Il nucleo centrale di questa impostazione era una esperienza
troppo limitata dei sacramenti e dell’eucaristia. In questa situazione
era adatto il modello di parrocchia
elaborato dal Concilio di Trento: centrata sui sacramenti, sulla differenza
clero-laici, sull’idea di società compatta. Si può chiamare parrocchia
santuario e fontana del villaggio.
2. il Concilio Vaticano II e la vita ecclesiale post-conciliare ci sta aiutando a pensare la chiesa come comunione e missione. Le idee fondamentali sono che essa è immagine della Trinità: si modella a sua immagine (comunità), condivide le missioni del Figlio e dello Spirito. Una chiesa così impostata ha bisogno sia della Parola che del sacramento. Celebra non solo per dare culto ma soprattutto per inserirci nel mistero di salvezza inaugurato da Gesù con la sua vita e la sua morte-resurrezione. Ha compreso che il mondo non è solo il luogo della opposizione a Dio, ma anche il luogo dove la Trinità sta già costruendo segni della salvezza presente e futura per cui vuole dialogare e camminare insieme a quella parte del mondo che è aperta alla rivelazione. Pera fare questo ha bisogno di una parrocchia che sottolinei queste nuove dimensioni: parrocchia in ascolto della Parola, che sviluppi una diffusa ministerialità, che sappia interpretare i segni dei tempi e decidere com’unitariamente, che viva l’accoglienza della comunione trinitaria.
3. il NT ci ricorda che la chiesa nasce dallo sviluppo di molte chiese sparse per il mondo. Esse sono nate dall’unico messaggio di Cristo e sono guidate dal medesimo Spirito eppure hanno volti e tradizioni differenti perché nascono in contesti e situazioni differenti. Nascono per il concorso di tutti e tutti i battezzati sono guidati nella loro vocazione dal servizio di unità e fedeltà al Vangelo del Vescovo. L’espressione più alta di questa comunione nella missione è la celebrazione eucaristica: in essa tutti i battezzati partecipano e ricevono la stessa parola e lo stesso pane, tutti vengono consacrati di nuovo, tutti fanno comunione nella fede e nel sacramento, tutti sono inviati il missione. Tutti sono radunati da Cristo nela immagine del Vescovo.
4. ogni chiesa locale è chiamata a costruire una storia di salvezza locale. L’eucaristia celebrata è modello dell’azione missionaria: è fraternità e accoglienza; è perdono vicendevole e riconciliazione, è impegno per spezzare il pane, è annuncio che solo Gesù è Signore.
5. l’unica eucaristia presieduta dal vescovo viene vissuta in molte eucaristie (SC 42). L’unica chiesa locale si esprime in molte espressioni di chiesa: dove c’è ascolto, risposta di fede, celebrazione, sviluppo di ministeri e impegno missionario, c’è chiesa. Tra questa numerose espressioni (comunità ecclesiali) di chiesa locale c’è la parrocchia che attraverso il parroco rende presente il compito della chiesa locale e del Vescovo in un luogo: aiuta le differenti comunità ecclesiali ad essere chiesa in comunione e capace di dare risposte di salvezza al territorio.
6. il territorio è la gente con la sua cultura, idealità e speranza di vita. Ogni territorio ha bisogno di entrare nella storia di salvezza che Dio desidera per tutti. Nel territorio ci sono i christifideles coloro che hanno dato ascolto al Vangelo. Essi formano comunità chiamate a collaborare con il progetto divino. Il luogo della condivisione, della autenticazione e della comunione eucaristica è la parrocchia radunata dal parroco.
7. nel post-concilio stiamo sperimentando nuove forme per dare vestito alla missione ecclesiale nel nostro tempo. Il criterio fondamentale dovrà essere che tali “vestiti” rispondano pienamente a tutte le dimensioni che l’autocoscienza ecclesiale sta recuperando e maturando. Forse non c’è il modello ideale: ma ogni comunità è chiamata a costruire il suo modello.
8. stiamo passando dal modello assembleare degli anni ’70 in cui si cercava di superare l’impostazione troppo monolitica e clericale della parrocchia tridentina, alla parrocchia comunità parrocchiale articolata in gruppi di servizio (catechesi, liturgia, carità), alla parrocchia comunità di comunità dove si mette l’accento sulle concrete esperienze di vita fraterna e di missione comune. Occorre andare oltre?
9. ha il volto della comunità e fraternità che si realizza attraverso una seria attenzione al modello di comunicazione e decisione al suo interno. Ha un volto laico perché riesce a fare dei battezzati il soggetto e non l’oggetto della cura pastorale: formazione, preghiera, relazioni e carità sono il motivo e il compito di essere dei battezzati e non dei pastori. Ha il volto decentrato nel territorio, è una comunità che si raduna in chiesa e non che fa tutto nella chiesa-edificio. È un volto fortemente e decisamente ministeriale, capace di scoprire nuovi e riconoscere i nuovi ruoli e carismi nel popolo di Dio (dando loro ruolo anche giuridico!). È un volto sinodale perché capace di realizzare una comunione decisionale autenticamente ecclesiale.
10. all’interno dell’unico
soggetto battesimale-eucaristico, è una realtà che vive di fuochi o centri: la
comunità dei laici con la loro storia e il parroco che di volta in volta accompagna
il loro cammino.
SC 42: “Poiché nella sua Chiesa il vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l'intero suo gregge, deve costituire necessariamente dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra”
GS 11: “Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di
essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di
discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende
parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni
della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una
luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo,
orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane”
LG
10 : Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico,
quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia
ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo,
partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo”
Codice 1983 can. 515 “§ 1 “La parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata, sotto l’autorità del vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore”
Ch.
L.26 “È necessario che tutti riscopriamo, nella fede, il vero volto della
parrocchia, ossia il «mistero» stesso della Chiesa presente e operante in essa:
anche se a volte povera di persone e di mezzi, anche se altre volte dispersa su
territori quanto mai vasti o quasi introvabile all’interno di popolosi e
caotici quartieri moderni, la parrocchia non è principalmente una struttura, un
territorio, un edificio; è piuttosto «la famiglia di Dio, come una fraternità
animata dallo spirito d’unità» (cf. «Lumen Gentium», 28), è «una casa di
famiglia, fraterna ed accogliente» («Catechesi Tradendae», 67), è la «comunità
di fedeli» («Codex Iuris Canonici», canone 515 § 1)”
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