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I GENITORI PRIMI EDUCATORI NELLA FEDE-1

 

 

Vogliamo oggi discutere, con chi ci legge,  come i genitori possano impartire un'educazione religiosa ai propri figli, essendo ancora credibili ai giorni attuali, ma ci siamo resi ben presto conto che, per affrontare questo problema in modo corretto, bisogna prima chiarire le nostre convinzioni circa l'educazione in generale, che resta uno dei problemi più gravi e più dibattuti del nostro tempo. Genitori, insegnanti, ed educatori non sanno proprio che pesci pigliare. 

 Il fatto grave, che ci complica la vita è che veniamo troppo da lontano; nel senso che fino a non molto tempo fa il bambino veniva considerato come un vaso vuoto da riempire di nozioni. Se osserviamo bene troviamo ancora oggi residui di tale concezione, la scuola stessa se ne sta liberando a fatica. Ma, se non altro, la teoria è andata avanti e oggi siamo più vicini di ieri al vero significato etimologico della parola "educazione", che deriva dal latino "ex ducere", cioè tirar fuori. In breve, l'educazione sarebbe lo sforzo di aiutare il bambino a "tirar fuori" tutte le possibilità che ha dentro, aiutarlo a realizzare tutte le sue potenzialità nel modo migliore, integrandolo con dolcezza nella diversificata ricchezza del mondo.

 

 

 Per quanto però si possa cercare di stare al passo coi tempi, o di precedere e prevedere la variazione di mentalità delle generazioni, per adeguare metodi e linguaggi, sembra proprio che al momento non ci sia una via d'uscita, una soluzione.

Aver a che fare con i figli che crescono, è un'esperienza che abbiamo provato forse tutti; noi già da parecchio tempo, voi forse la state provando o la proverete. Nemmeno possiamo augurarci di non avere questi problemi. Noi crediamo che, se i figli non ci contestano, dobbiamo preoccuparci; crediamo,  ma non siamo i soli a crederlo, che i figli abbiano bisogno di contestare i genitori per affermare e confermare la propria individualità e dignità.  Un ragazzo che si affacci alle soglie della maturità senza aver combattuto questa battaglia  ha certamente grosse possibilità di cadere vittima di ben altri agguati, tesigli da quelli che hanno tutto l'interesse di ricevere da lui, o da lei, una delega in bianco sulla gestione del loro futuro.

 

 

 Nelle schermaglie familiari il giovane si addestra alla gestione della propria maturità nella vita.

Sapere tutto questo, non ci facilita nel nostro compito.  La società da cui proveniamo ci consegna una serie di modelli, una serie di stereotipi, secondo cui il genitore deve mantenere una certa autorità, deve saperne più dei propri figli. Siamo eredi di una società in cui l'unica sorgente di saggezza, era l'esperienza; e gli unici a possedere l'esperienza erano gli anziani, coloro che avevano vissuto più a lungo.

 

 

Oggi, con i messaggi dei "mass-media" che ci entrano nelle case, soprattutto grazie alla televisione, con l'internazionalizzazione della società, con i viaggi più facili e più frequenti, i nostri giovani hanno delle possibilità che noi non ci sognavamo neppure. Di questo ringraziamo Dio, è una possibilità in più che hanno i  nostri figli, ma noi, i genitori, dobbiamo farci i conti.

 Condensato in poche parole, pensiamo che  il problema è tutto qui. I giovani di oggi, ma non solo i giovani, bensì gli adolescenti, i bambini di oggi, (e più sono piccoli, più la possibilità aumenta) hanno un'esperienza che supera la nostra, che non è loro, ma che a loro viene offerta e che loro bevono, succhiano con avidità: è un messaggio di apertura, di vita diversa, di evasione dalla vita, a volte monotona, che noi abbiamo accettato.  Ma è pure, troppe volte, un messaggio che sovverte ogni schema, ogni morale; anzi, troppo spesso, è un messaggio senza morale.

 

          Per chiarire  questo discorso, bisognerebbe spiegare, metterci d'accordo su cosa è la morale e su quale morale tutti noi convergiamo. Ma sarebbe un discorso troppo lungo che ci porterebbe fuori dal tema che ci siamo proposti.

  Noi crediamo, e siamo certi che pure voi lo credete, che gran parte dei problemi che affliggono oggi il mondo, derivano dal fatto che le problematiche non sono osservate con un occhio di fede.  La persona, infatti, in cui la fede è il motore che  fa muovere i programmi e le decisioni, ha uno sguardo,  sui problemi del mondo, ben al disopra dei problemi stessi, che gli dà la possibilità di prendere decisioni che sono legate alla propria scala di valori e non all'egoistico interesse del momento.  Questo, noi genitori, lo sappiamo bene e lo viviamo ogni volta che ci capita di prendere delle decisioni  che riguardano i nostri figli. Ma la nostra scala di valori è adeguata ?     

 

Se  parliamo di educazione religiosa il problema non è diverso da quello che abbiamo detto finora, perché l'educazione religiosa è solo un  aspetto di quell'educazione che i genitori, fin dai primi mesi di vita, trasmettono ai figli e che poi man mano delegano alle varie agenzie educative, come la scuola, la Parrocchia, gli amici, le associazioni, il bar sotto casa e i partiti politici, perché tale educazione è  globale e propone, o dovrebbe proporre, valori di vita reale, che sono anche religiosi se e in quanto la fede fa parte della vita.

 I genitori sono i naturali e principali educatori dei figli, e questo sia nel campo della  più vasta educazione alla vita, sia in quella specifica alla fede.   L' abitudine di mandare i ragazzi al catechismo in Parrocchia , è un fatto che non solleva i genitori dalla loro responsabilità di educatori, è una delega che loro concedono, spesso senza esserne consapevoli, non sentendosi , forse, capaci di farlo da soli.

 

Non vogliamo ora condannare un'abitudine di secoli, né vogliamo colpevolizzare persone che hanno trovato già operante uno stato di cose, ma intendiamo dichiarare che sicuramente è principalmente nostro il  compito di creare, dai figli , i cristiani.

Siamo perfettamente coscienti che molti genitori, anzi, quasi tutti i genitori, noi per primi, non sono in grado di impartire spiegazioni e approfondimenti sulla fede, cioè quell'attività che è specifica della catechesi; nessuno chiede ai genitori una cosa del genere: i genitori, infatti, educano con l'esempio prima che con la parola. 

 

I figli, del resto,  non accolgono i discorsi, anche ben condotti e ben pronunciati (e questa è una fortuna e una grazia di Dio, altrimenti sarebbero ben educati solo i figli dei deputati o degli avvocati). Essi, invece, fin da piccolissimi, capiscono e vengono  influenzati, solo dal linguaggio della testimonianza. Anzi, una parola, sia pure ben presentata, ma che non sia surrogata dalla coerenza dell'azione, genera in loro un rifiuto, una repulsione.

I fanciulli sono attenti osservatori del comportamento di chi li circonda e facilmente paragonano quanto si dice loro con come si agisce intorno a loro.  Quanto si è credibili quando si predica, ad esempio l'onestà, e poi si raccontano episodi di comportamento, vuoi in ufficio, vuoi al mercato,  che con l'onestà non hanno nulla a che vedere?    Ciascuno di noi può farsi rapidamente un piccolo esame di coscienza e trovarsi incoerente. Se domandiamo ai catechisti , sapranno citare molti esempi di controcatechesi che avviene,  anche inconsapevolmente,  in famiglia.  Infatti, se quella serie di valori cristiani che i catechisti propongono, non sono poi vissuti e valorizzati nella vita di tutti i giorni, diventano parole vuote che non hanno più presa e ben presto i ragazzi le dimenticano e le rifiutano, né più né meno come abbandonano le Parrocchie e i gruppi giovanili e nessuno sa come metterci riparo.

 

I genitori, infatti, testimoniano la fede che conoscono , quella fede che hanno assorbita tanto tempo fa e che in qualche modo è rimasta nel loro cuore, spesso assopita , a volte dimenticata, ma quasi sempre avulsa dalla vita. Quasi sempre è una  "fede bambina", che non è cresciuta insieme a loro.  Non è colpa loro, ma non è colpa di nessuno. Con la guerra, e soprattutto col dopoguerra, tutta la società ha subito, o ha creato, un cambio di mentalità repentino che nessuno ha potuto, o voluto controllare.  Ci siamo trovati così in un mondo che non conosciamo, che in modo inconsapevole abbiamo contribuito a creare, ma che consideriamo nemico, anche se non lo è.

 

In Italia siamo nominalmente tutti cristiani in quanto la stragrande maggioranza di noi è stata battezzata ed ha ricevuto gli altri sacramenti dell'iniziazione cristiana, ma in realtà quanti di noi vivono una vita autenticamente aderente al messaggio del Vangelo? O almeno si sforzano di farlo, o ne sono sulla strada ?  Direi di più, quanti sanno veramente cosa ci è richiesto dal Vangelo che non è certo limitarsi ad andare a Messa la domenica o comunicarsi qualche volta?

Il fatto è che per un adulto, che non abbia seguito da sempre un cammino di fede, come è per la maggioranza di noi, è necessaria una riscoperta ed un approfondimento della propria fede, è necessario cioè, far crescere quella fede bambina che abbiamo conservato in noi, per trasformarla in una fede adulta e responsabile, proporzionata a noi, che  siamo diventate persone adulte e responsabili.

 

Ciascuno di noi testimonia perciò la fede che conosce, né potrebbe fare altrimenti;  il fatto è che molto spesso gli adulti hanno rifiutato la fede, non tanto in Dio, ma per come le cose di Dio sono presentate, per come sono gestite. Questo perché, per primi, non hanno approfondito la fede e sono rimasti ad alcune formulette che più o meno rammentano da quando erano piccoli, come fossero parole magiche, e una fede di questo genere non è adatta ad essere vissuta, è totalmente inadeguata alla vita che conduciamo e quindi non serve a niente.

Nessuno può insegnare una cosa che non sa e perciò riproponiamo ai figli le stesse formulette che forse nemmeno noi abbiamo capito e le stesse norme morali alle quali per primi non ci atteniamo.

 

Dobbiamo riconoscere che i nostri figli, i quali, spesso non per merito nostro, sono più critici e svelti di come lo fossimo noi alla loro età, non si contentano di formule moralistiche, spesso avulse dalla vita. Spesso la mancanza di comprensione tra noi e loro dipende essenzialmente da questo: noi accettiamo senza discutere alcune formule che loro non accettano, o non accetteranno domani. E le nuove generazioni, si fanno sempre più sveglie e più critiche.

Come risolvere la questione ? Teoricamente non è difficile, dato che basterebbe che noi fossimo coerenti con le nostre vere convinzioni, che basterebbe rendere la nostra vita  coerente con quei valori che troppo spesso sosteniamo di avere e che invece sono veri solo a parole. Dovremmo poter vivere  secondo il nostro effettivo progetto di vita, solo allora i nostri figli potrebbero scoprire in noi quei comportamenti  quotidiani e non solo, nella migliore delle ipotesi, domenicali, che potrebbero educarli ed incoraggiarli ad una corretta vita di fede.

Se noi viviamo una vera vita di fede, ciò potrebbe accadere. E se non la viviamo, come possiamo proporla, se non addirittura imporla ai nostri figli ?

 

Di comportamenti di vita, infatti, si tratta e non di verità astratte. Vogliamo dare un esempio fra tutti, ma è quello che ci tocca più da vicino: insegnare come verità che Dio è Padre significa che il bambino avrà di Dio l'immagine di come esprimono la paternità e la maternità i suoi genitori.  Il bambino farà esperienza dell'amore di Dio, del perdono di Dio nella misura in cui i suoi genitori lo avranno fatto oggetto di amore e di perdono, o come saranno stati segno di amore e di perdono nella società, nella famiglia, presso i parenti e gli amici.

Forse a questo punto vi chiederete che cosa vogliamo proporre, dato che finora non abbiamo fatto altro che darvi altri problemi oltre quelli che già avete per conto vostro.

Bene, noi pensiamo che questo genere di cose si risolve non con le formulette. C'è già troppa gente che dice : "Fate così !  Fate in quest'altro modo !"  e offre soluzioni prefabbricate, pronte per gli tutti gli usi. 

 

Noi non vogliamo prendervi in giro; siamo qui bensì per mettervi in crisi, perché siamo certi che i vostri problemi, si risolvono risolvendo la vostra crisi. Siamo sicuri perché, qualche tempo fa, anche noi abbiamo fatto la stessa strada che vi proponiamo.

E che cosa abbiamo fatto ?  Ci siamo fatti mettere in crisi dai problemi dei nostri figli, e abbiamo capito che l'unico modo di andare loro incontro era di farli nostri, e cercare di risolverli.

Abbiamo perciò fatto nostro il problema esistenziale dei nostri figli e abbiamo cercato di risolverlo.

 

Ma di risolvere quello che ormai era diventato nostro, non il loro; il loro, dovevano risolverlo autonomamente. Abbiamo così fatto un cammino di fede; nel senso che abbiamo cercato di dare  risposte alle domande che i nostri figli si facevano e che ormai erano diventate per noi  una necessità.  Raccontare tutto quello che abbiamo fatto sarebbe lungo e ci porterebbe fuori dal tema, ma voi volete certamente sapere se abbiamo risolto la situazione:  bene, certamente no. Non abbiamo risolto la situazione dei nostri figli, ma abbiamo risolto la nostra. E quando anni dopo, la morte del nostro figlio maggiore in un incidente automobilistico ci ha violentemente interpellato sui significati e sulle ragioni della vita, noi abbiamo saputo rispondere. E' una risposta che ci pesa ancora, ma che ancora oggi sappiamo dare.

 

E poi, il tempo ha portato pace su tutto.  Prima di morire, nostro figlio aveva già colmato il baratro che c'è in genere tra le generazioni, con gli altri due, c'è pure un dialogo da ricercare, da offrire e da soffrire, ma che certamente abbiamo ottenuto e stiamo ottenendo.

Adesso abbiamo il problema di proporci alle nipotine, problema tutt’altro che facile, se si vuole essere significativi.

 

Per descrivere meglio ciò che vogliamo dire, racconteremo una favola, proprio come quella che voi raccontavate ai vostri figli da piccoli, in tempi che forse rimpiangete.