RAPPORTO DI COPPIA

 

        C’è in giro la teoria della cosiddetta “mezza mela”, secondo cui ogni uomo ha solo una donna che è il suo completamento e con la quale il rapporto può essere così perfetto da aderire l’uno all’altra come le due parti della stessa mela precedentemente tagliata. La stessa cosa vale naturalmente per le donne.

 

        È vero che taluni caratteri tra loro si amalgamano meglio,  è vero che una certa uniformità di cultura e d’abitudini può facilitare il rapporto secondo il ben noto proverbio: “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Sono certo però che nessun rapporto è buono o cattivo per virtù magica o divina. Dipende invece dalla buona o cattiva volontà di entrambi i partner e dalla loro motivazione a fare un lavoro continuo per giungere ad un buon rapporto di coppia e non contentarsi mai, ma tendere sempre a migliorarlo, senza sentirsi mai arrivati.

 

        Il matrimonio cristiano ha una serie d’altri sbocchi e possibilità ed io, che sono credente, credo fermamente che valorizzino il matrimonio.  Sempre dopo, però che c’è stata una risposta laica e umana ai problemi della coppia. Ci può essere benissimo (e in realtà c’è) un pessimo matrimonio celebrato in Chiesa, nel quale moglie e marito sono peggio di cane e gatto e ci può essere benissimo (e in realtà c’è) una coppia di conviventi che riescono a realizzare uno splendido rapporto.

 

        La riuscita del matrimonio (cristiano, misto, civile o semplice convivenza) non è legata a leggi o regole morali. Queste possono aiutare ed indicare la strada, ma è necessaria soprattutto la ferma e buona volontà di entrambi.

 

        Un matrimonio in cui la volontà non sia di entrambi non è una buona unione: si regge sulla sopportazione di uno dei due e qualche volta, se il rapporto è per lo meno civile, può anche dare l’impressione di stabilità, ma regge fino a che chi sopporta ce la fa, e in genere è la donna.

 

        Alla buona volontà vanno uniti tutta una serie di metodi, che non si studiano da nessuna parte, qualche volta sono citati in qualche libro specializzato e sono desunti per via sperimentale, osservando i frutti dei matrimoni felici. Le stesse coppie che vivono matrimoni felici spesso non sono in grado di insegnarli ai propri figli e qualche volta solo il buon esempio riesce a qualcosa. Ma quante sono le coppie felici ?

 

        Questa mancanza d’insegnamento, ma più spesso i cattivi esempi sono una delle principali colpe della famiglia d’oggi. Tante persone “oneste” che sono responsabili di tanto sfacelo e di tanta infelicità. Cercando tra le responsabilità si potrebbero ancora citare gli spettacoli televisivi che non sanno generalmente presentare casi di famiglie normali con rapporti equilibrati, ma, non avendo inoltre compiti educativi, presentano il mondo com'è, calcando la mano sui difetti.

 

 

 

        E passiamo ai metodi:

 

  1. Non si può costruire un rapporto coniugale (ma anche un qualsiasi rapporto) senza aver prima costruito se stessi. E per ben costruire, bisogna fare un buon progetto; per fare un buon progetto è necessario aver fatto un rilievo preciso della situazione esistente e quindi conoscere se stessi, la propria situazione e i propri difetti. Ma è soprattutto necessario renderne edotto il partner.

In genere, invece, proprio per impedire questa conoscenza è diffuso l’uso di maschere per ogni situazione, che ci permettono di “apparire”, non di “essere” sempre all’altezza e di suscitare negli altri una buona impressione.

Spesso, con l’abitudine, finisce che la maschera ce la mettiamo anche quando ci guardiamo allo specchio, con il risultato che neppure noi sappiamo bene chi siamo e ci illudiamo d’essere quello che vogliamo apparire.

Ed io, di quale maschera di mia moglie mi sono innamorato ? E lei, di quale delle mie ? Basta un nonnulla e ci si accorge di essersi sposati tra sconosciuti.

A nulla è servito il fidanzamento, vissuto in modo più romantico che critico. Il matrimonio diviene veramente “la tomba dell’amore” quando poco a poco le maschere cadono perché è troppo faticoso mantenere di continuo una falsa realtà e il volto di ognuno appare nella sua squallida e pallida nudità.

 

  1. Se le maschere non ci coprono totalmente e quindi non siamo interamente falsi, si può provare a dialogare.

Il dialogo, più che un metodo, è un passe-par-tout, una chiave che può aprire tutte le porte e donare tutte le possibilità. È la mia coscienza che si apre timidamente all’altra coscienza e che onestamente, “col cuore in mano” cerca di comprendere e di farsi comprendere.

Dire dialogo significa dire più ascolto che eloquio perché chi parla troppo e ascolta poco ha una sua particolare maschera che vanifica il dialogo. Per questo motivo tante volte il dialogo diventa uno scontro tra due monologhi.

Per il dialogo non ci sono regole o linguaggi, ma virtù: umiltà, onestà, apertura, comprensione, sincerità, fiducia, stima.

Sono tutte virtù che permettono l’instaurarsi di un buon rapporto, ma che non si vedono finché non sono veicolate dal dialogo, è il dialogo che le valorizza e le realizza.

 

  1. Mentre il dialogo piano piano consuma e rompe la dura scorza che ricopre la nostra coscienza, un nuovo atteggiamento viene a mitigare la timidezza dell’anima nuda davanti ad un’altra anima nuda: la confidenza.

È una parola composta da “fiducia” e “essere con” e quindi il suo significato è “aver fiducia quando si è insieme all’altro”. Bisogna aver fiducia e voglia tanto da svelare tutti i più nascosti recessi dello spirito, certo che l’altro non vuole farti del male, ma anzi, può aiutarti a guarire le ferite segrete. Il dialogo e la confidenza si completano e si migliorano l’un l’altra e creano e rendono stabile quella “corrispondenza d’amorosi sensi” che creano la possibilità di fondare l’amore.

 

 

  1. Già, l’amore; l’ho lasciato per ultimo in questo ideale quartetto perché non è possibile pensare all’amore quando è presente la falsità, la sfiducia, la disistima, la mancanza di dialogo e di confidenza. Quello che in genere è chiamato amore è invece qualche cosa di più superficiale e di volta in volta si chiama attrazione sessuale, infatuazione, desiderio, voglia di possedere o di essere posseduti; tutte cose che hanno alla base l’egoismo e il soddisfacimento dei propri desideri e interessi.  Sono perciò la molla che spesso spinge ad iniziare tutto il processo di potenziale innamoramento il cui fine ultimo dovrebbe essere lo sbocciare dell’amore. Troppo spesso ci troviamo dinanzi ad amori non sbocciati che hanno qualcuno degli elementi base, ma che sono, in fondo, degli aborti. Questo spesso accade anche perché l’Amore è un fiore che si coltiva in due e tutti e due debbono avere interesse che sbocci. Se non c’è questo duplice interesse, l’amore vero non nascerà mai.

In compenso, una volta raggiunto, l’amore non ha un massimo da non poter superare, anzi, fa sì che il periodo dell’innamoramento non finisca mai, che il dialogo diventi sempre più facile e costruttivo, la confidenza sempre più intima e dolce. Altro che “tomba dell’amore !”.  Col passare degli anni crescono i ricordi comuni, le gioie e i dolori vissuti insieme e invecchiare, se lo si fa insieme, diventa una cosa piacevolissima.

Se uno dei due viene a mancare, la nostalgia e la mancanza è fortissima, ma il superstite è così pieno d’amore da poter continuare la stessa strada anche da solo.

Se invece non si è costruito un buon rapporto, la mia esperienza diretta mi insegna che al dolore, alle difficoltà, si somma il rimorso di non aver saputo, o di non aver voluto, diventare con l’altro/a “un cuore solo e un’anima sola”.

 

Egidio BARGHIGLIONI