La
relazione tra catechesi e educazione nel XX secolo nasce da diverse
motivazioni.Per una esigenzaculturale in quanto gli stati moderni non accettano un insegnamento del catechismo scolastico che non si adegui aglistandardspedagogici del tempo.
Da una esigenzamissionaria che constata la crescente difficoltà dei ragazzi a prestare attenzione all’insegnamento religioso.
Infine da una motivazione più pastorale che riflette sulle possibilità di una vera interiorizzazione del messaggio e la crescita nella fede.
D’altra parte se da un lato da sempre catechesi e educazione si sono collegate, è anche vero che nel XX secolo tale rapporto è stato vissuto con una certa difficoltà dal magistero ma anche dagli operatori pastorali. I catecheti del congresso di Piacenza sono già consci di una rilettura pedagogica del catechismo, ma riusciranno a far accettare solo una distinzione dei ruoli tra la teologia a cui spetta la definizione dei contenuti (Dottrina) e la pedagogia a cui spettano le strategie comunicative. L’esempio più evidente fu la “mediazione” realizzata da con Pavanelli e Vigna al Congresso di Brescia del 1912. Un modello che rimane ancora oggi la prospettiva più praticabile.
Chi tenterà di andare oltre verso una maggiore unità tra le due dimensioni, farà fatica ad essere accettato. Sia i metodi attivi della pedagogia catechistica francese, sia il cristocentrismo didattico del nostro G. Nosengo, subirono diverse e continue opposizioni. La più pesante riguardò J. Colomb che vide bocciato il suo progetto di riformulazione dell’itinerario catechistico a partire dal concetto di progressione psico-pedagogica dei catecumeni.
Come per tante altre opposizioni, fu il Concilio a mediare
posizioni più aperte.
Così CD 14 oltre a rinnovare
le finalità della catechesi rinnova
anche la pedagogia alla luce della situazione socio-culturale
dei destinatari. Ai catechisti si chiede una formazione aperta
alla pedagogia e sociologia. Per il concilio queste indicazioni
non sono in contrasto con il modello catecumenale già presente
nel medesimo paragrafo e più lungamente descritto in AG 14. Oggi
noi siamo tornati invece a tale apparentecontrapposizione.
Nella linea post-conciliare Dcg del 1971 proponeva un itinerario organizzato secondo lo sviluppo psico-sociale dei destinatari. A distanza di anni accettiamo volentieri l’integrazione di Dgc del 1997 cheinquadra questa prospettiva in quella più ampia delle tappe teologiche e spirituali del cammino di fede ben descritte dal Rica (1978 – Oica 1972).
Tuttavia questo naturale collegamento venne “rallentato” dapreoccupazioni di natura ideologica già alla fine degli anni ’60. La dimensione antropologica della catechesi si dovette “trasformare” in catechesi esperienziale! Si accentuò inutilmente la difficoltà pastorale della gestione di tale impostazione fino a tracciare netti confini a vantaggio della ortodossia dei contenuti a cui si deve ispirare unaortoprassi pedagogica (?).
In Italia questa stagione prese il nome di “istanza veritativa” (già nei primi anni ’80). Si tentò quindi la via tortuosa del recupero dei “quattro pilastri della catechesi” che dovevano rimandare ad una pedagogia che aveva solo il compito di meglio “comunicarli”.
Il primato dell’oggettivo oggi è di nuovo messo in crisi e
molti si ritrovano nella “rilevanza antropologica
dell’educazione cristiana” lanciata dagli ambiti di
Verona.
Fa tuttavia pensare che coloro che hanno lanciato il nuovo
rapporto tra antropologia e evangelizzazione (fino a
sottolineare la necessità di una “sfida educativa”) sono
gli stessi che hanno dato vita alla stagione dell’ortodossia ad
oltranza.
Non possiamo poi nasconderci che la tensione e polemica tra le due dimensioni (educazione pastorale) ha guidato tutto il decennio dedicato al ripensamento della Iniziazione Cristiana. Qualcuno riuscì ad imporre, senza vero dibattito, un modello pastorale realizzato a partire da una “deduzione pedagogica” del primato liturgico-sacramentale.
Fa dunque pensare il fatto che gli Orientamenti dei vescovi per i nuovo decennio motivino, fin dalla apertura del documento, la loro riflessione con le parole di Benedetto XVI “siamo di fronte a «una grande ‘emergenza educativa’, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita» (n. 12; cf. Benedetto XVI, Lettera del Santo Padre Benedetto XVI alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito dell’Educazione, 2008, 21 gennaio).
Giudizio severo, ma giusto, che mi piace interpretare con il ricordo di un antico maestro che aveva visto, giustamente, nella dissociazione tra fede e vita, causata da un apprendimento formale del linguaggio religioso, il vero problema a cui dar risposta (Negri Gc., Considerazioni sul fenomeno della dissociazione tra sapere religioso e mentalità di vita, in Orientamenti Pedagogici, 1961,8, 269-297) ieri come oggi. In altre opere egli concludeva che non ci può essere altra strada per la realizzazione della integrazione fede e vita che la costruzione di un ponte tra messaggio e persona.
Non dobbiamo ripartire anche da qui per un ripensamento serio della pastorale catechistica e del compito di ogni comunità di farsi carico di educare la risposta di fede?