catechesi e adulti

 

La famiglia nella cultura massmediale
di Marco Vanelli

[da Via, Verità e Vita, N. 199 Settembre/Ottobre 2004]

La famiglia: referente primo dei programmi trasmessi

Le relazioni che ogni individuo sviluppa con gli altri membri del consesso civile formano ciò che viene definito il “capitale sociale”. In determinati ambienti quelle relazioni risultano forti e vincolanti per la formazione della personalità; in altri si verifica invece una maggiore flessibilità, o anche debolezza, e a ogni modo si tratta di rapporti vissuti alla pari, al di fuori di una precisa normativa.
La famiglia rientra tradizionalmente nel primo tipo, nonostante siano in molti osservatori ad avvertire una crisi nel suo presentarsi come struttura solida della società. La rete di relazioni che nel passato l’ha caratterizzata sembra aver allargato le maglie, mettendo in discussione il ruolo familiare nella formazione delle nuove generazioni e la capacità a resistere alle difficoltà poste dalla convivenza al suo interno.
Nonostante questo, non si può dire che la famiglia non venga più presa in considerazione quale cellula sociale: il solo fatto che si parli, per esempio, di “famiglie allargate” o di “famiglie omosessuali”, ci conferma che la sua immagine, nella mentalità comune, ancorché snaturata, è comunque presente in quanto riferimento comportamentale.
Ma l’immagine della famiglia contemporanea è condizionata anche dal mondo mass-mediale, che vede in essa un soggetto da rappresentare in tutte le sue forme (tradizionali o trasgressive, realistiche o idealizzate, dalle relazioni forti o fortemente allentate); dall’altro lato è il principale destinatario dei prodotti audiovisivi, soprattutto se pensiamo alla televisione.
Quindi la famiglia è ancora il referente primo dei programmi trasmessi sia perché li consuma sia perché vi si ritrova rappresentata, anche se in modo deformato o distorto.
La cultura massmediale in cui vive la famiglia va intesa, quindi, sia in senso generico, come insieme di elementi che, provenienti dal mondo delle comunicazioni sociali, nel bene e nel male, danno una formazione culturale ai nuclei familiari sia in un senso più impegnativo, come possibilità di utilizzare un linguaggio nuovo, quello audiovisivo, per comunicare al proprio interno e con l’esterno.
 

Famiglia-televisione

Se vogliamo trovare un esempio calzante e ben noto a tutti di come il binomio “famiglia-televisione” risulti particolarmente saldo, si può prendere in esame la serie di cartoni animati:
I Simpson, dove un nucleo familiare-tipo, disegnato, è proprio il caso di dirlo, sul modello occidentale, in particolare statunitense, trova il suo elemento coagulante nello schermo televisivo, di fronte al quale, al termine della sigla di ogni puntata, tutti i suoi sgangherati membri si riuniscono in un’apparente armonia.
“È chiaro che crediamo solo a ciò che dice la tv”, afferma Lisa Simpson al padre Homer in un certo episodio1: “abbiamo passato molto più tempo con lei che con te...”.
Ecco una battuta che esprime, con amarezza, una realtà di fondo delle nostre famiglie: la televisione non è solo un’occasione per passare il tempo né un mezzo per ricevere delle comunicazioni né uno strumento per dialogare allargando gli orizzonti (come auspicava il cardinale Martini nelle sue lettere pastorali di qualche anno fa), ma è diventata un personaggio, una sorta di membro familiare che suscita affetti e sembra richiederne, qualcuno a cui si deve credere. Lo stesso Homer, al termine dell’episodio in questione, fa la pace con l’elettrodomestico, lo abbraccia e promette di non litigare mai più.
La televisione sfugge così al controllo familiare non solo quando si passano troppe ore di fronte al piccolo schermo, ma nel momento in cui si finisce per scambiarla per la realtà, per non filtrarla, per dimenticare che dietro alle sue immagini e alle sue parole c’è qualcuno che ci sta dando la sua personale visione della vita. L’idea che la televisione sia una “finestra sul mondo” è ancora resistente in larghe fasce di popolazione, per cui si finisce per credere incondizionatamente a ciò che si vede o si sente come se ciò accadesse realmente davanti a noi.
 

Difendersi dai media?

Dal punto di vista pastorale siamo abituati a pensare a una famiglia che si deve difendere dai media, soprattutto per l’invadenza e la quantità di tempo che in genere si dedica ad essi. Anche l’ultimo Messaggio del Santo Padre per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali parla di “rischio” prima ancora che di “ricchezza” per i media in famiglia; non nega che questi ultimi possano essere un’occasione “perfino di crescita spirituale”, ma resta nel documento una preoccupazione, per altro più che motivata, per la “loro grande capacità di modellare le idee e di influenzare il comportamento”. Si fa, sì, appello ai genitori perché spieghino ai figli i mezzi di comunicazione, ma si continua a insistere soprattutto sulla regolamentazione dei tempi e sulla moderazione dell’uso2.
L’azione chiesta ai rappresentanti delle famiglie è di partecipare alla realizzazione di certe politiche che assicurino una comunicazione sociale che non vada “contro il bene della famiglia”, pur “senza ricorrere alla censura”. Purtroppo non si spingono i genitori a chiedere una sistematica educazione all’immagine nelle scuole, una politica culturale o una pastorale parrocchiale che prevedano la formazione di ogni membro della famiglia (compatibilmente con l’età, il ruolo e le proprie capacità) alla comprensione dei meccanismi comunicativi dei media, la cui conoscenza è un privilegio solo di chi li gestisce e non di chi ne fruisce.
Prestare attenzione a quale modello familiare ci viene presentato comunemente dai media in generale, e dalla tv in specie, può servire ai catechisti che operano nell’evangelizzazione della famiglia (anche a quelli che non utilizzano metodologie audiovisive), per rendersi conto della situazione di fatto, sia quando i programmi si sforzano di essere uno specchio fedele della realtà, sia quando è la realtà a uniformarsi ai modelli presentati.
 

Uno sguardo alla pubblicità

Si prenda per esempio la pubblicità. La sua efficacia è tanto maggiore quanto scarsa è la soglia di attenzione critica da parte degli spettatori, poiché tutti siamo relativamente consapevoli degli interessi che i produttori hanno nel vendere i loro prodotti (che è lo scopo ultimo della pubblicità), ma lo siamo assai meno circa le strategie comunicative usate, nelle quali si fa leva su un certo modello di vita e su una determinata concezione dell’esistenza più che sul prodotto stesso. Ecco che allora le famiglie, cui la pubblicità si rivolge, vedono negli spot o sui cartelloni per strada dei modelli familiari vincenti, dove si vive una complicità generazionale e un’intesa profonda non per dei valori morali o spirituali, ma grazie a un bene di consumo che, una volta acquistato, sembra apportare allegria e felicità.
E anche i ruoli familiari che vengono rappresentati sono da mettere in discussione. Pensiamo ai padri, un tempo rigidi capifamiglia, oggi relegati in disparte perché incapaci di scegliere la merendina giusta in assenza della moglie. È assai frequente, infatti, vedere negli spot dei piccoli spaccati di vita domestica in cui le bambine, a contatto col genitore, suppliscono il ruolo della madre assente (forse separata), dando loro stesse, piccole donne, le indicazioni su quale sia l’alimento migliore, più sano e più buono, da acquistare facendo la spesa. Ed è sul termine bontà, dalla doppia, ambigua, valenza, che si misura la riconoscenza filiale: si veda quel bambino che, dopo aver mangiato la carne in scatola, esclama: “Mamma, che buona!”.
D’altra parte la televisione raccoglie e ripropone i problemi reali che le famiglie vivono giorno per giorno, rappresentandoli sotto forma di fiction, di talk show o di affari personali che divengono virtualmente pubblici, cioè anche dello spettatore che da casa osserva e parteggia. Le soluzioni televisive offerte a quei problemi funzionano solo per le coordinate bidimensionali del piccolo schermo, mentre nella vita vera esse si possono tradurre in delusione, deresponsabilizzazione e frustrazione.
Il pericolo maggiore è anche qui quello di confondere la rappresentazione con la realtà e di voler applicare dei modelli di comportamento, visti in tv, alla propria esperienza personale e familiare. È la scelta facile della soluzione precostituita che si spera di poter comprare nel supermarket delle idee, mentre la via, la verità e la vita offerte dal Vangelo sono una porta stretta per la quale non servono i consigli per gli acquisti


 



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