“Parrocchia,
cosa dici di te stessa?”: la domanda non è retorica ma investe alla radice
l’attuale riflessione sulla parrocchia che in tempi recentissimi a detta di
non pochi osservatori del fenomeno, sembra riprendersi una certa
“rivincita”; come risulta da studi e indagini,
a fronte di un periodo precedente a questo e immediatamente postconciliare in
cui appariva agli occhi dei più esausta e quasi in crisi.
La parrocchia torna, certo, ad essere tema e argomento di attualità. Del resto,
come si sa, K. Rahner l’aveva definita rigorosamente come “l’attualità
rappresentativa” della Chiesa, in un noto saggio del 1948 sulla parrocchia.
Ma – ecco la domanda più precisa che, in questo intervento, s’intende
affrontare – a quali condizioni possiamo, in prospettiva di futuro, parlare in
effetti – e a ragione - di “rivincita”, considerando proprio questa sua
natura profonda, e rahnerianamente definibile, di “attualità
rappresentativa”?
Anzitutto
sul piano della coscienza/conoscenza. La
parrocchia è chiamata a riscoprire se stessa come luogo di discernimento e di
ascolto della prassi, là dove si trova. Ad apprendere la difficile ma quanto
mai urgente arte del vedere e scrutare l’azione misteriosa della grazia che
opera – anche - nella storia di
oggi, meglio attraverso la
concretezza e variegata fisionomia di quei contesti in cui le comunità
cristiane si trovano a vivere, nella condivisione reale della “storia e
geografia” dell’umanità. Questo primo campo di impegni e di competenze
comprende la lettura “costruttiva” della realtà, più che una sua fredda
fotocopia. Soprattutto si tratta di un compito che va appreso e praticato nella
convinzione ricca di fede e di spiritualità – ecco la qualifica di
responsabilità “kairologica” – che, proprio attraverso questi pezzi di
storia/storie (meglio se al plurale), Dio ci parla ancora e continua a pensare
come Chiesa nel tempo e nella storia di oggi a servizio del regno. Fare
discernimento pastorale dentro e con la comunità parrocchiale – secondo
questo modo costruttivo e narrativo di leggere la realtà in atto – implica
sul piano procedurale un’attitudine pratica
troppo spesso data per scontata o ingenuamente presupposta in tanti riunioni o
assemblee ecclesiali/pastorali. Un’attitudine che riflette abilità (cioè
esercitazioni, pratiche, supervisioni e non solo teorie, riflessioni,
discussioni). Un’attitudine “formata” a saper cogliere, intravedere,
discernere l’agire di Dio nel tempo, dentro le pieghe degli avvenimenti.
In
secondo luogo a livello progettuale.
Una seconda area di attenzioni per il rinnovamento/rivincita della parrocchia è
possibile rinvenirla sul piano della progettualità. Le attuali comunità
parrocchiali, difficilmente, ritorneranno a essere “chiesa posta in mezzo alle
case” - non però nei termini della stabilitas bensì della peregrinatio,
e dunque del movimento e della processualità, del cammino e del pellegrinaggio
– se non si autocomprenderanno come luoghi permanenti della progettualità e
della “vision”. Luoghi dove, cioè, si elabora nell’oggi il futuro di Dio. Luoghi dove
non solo si offre l’opportunità della vicinanza di Dio attraverso i segni
sacramentali della grazia ma si costruisce anche (e assieme alla “polis”) la
realizzazione del regno. Alla base di una mentalità progettuale, di una
cultura del progetto dentro l’azione di una concreta comunità, c’è sempre
una presa di coscienza, con una riuscita e famosa metafora di mons. Bello, di un
“risveglio dal sonno”. Di per sé non si tratta di un adempimento in più;
è una mentalità, un modo nuovo di presidiare e governare i cambiamenti in
atto. E’ vero si è presi tante volte dalle urgenze, dalla conduzione
ordinaria della parrocchia, dalle tantissime richieste. E non c’è tempo per
fermarsi e pensare a quello che sta avvenendo. Per cogliere le domande dentro
tutto ciò che, resistentemente, si contrappone ai tanti sforzi messi in atto.
Ma progettare significa anche perdere
tempo… (per lo meno all’inizio). E soprattutto comporta, anche per
seconda area di impegni, un’arte da apprendere. L’arte del governo e della
conduzione comunitaria di una parrocchia.
Da
ultimo: il compito comunicativo, o della comunicazione
in azione. La parrocchia esiste come “mediazione” all’interno della
prassi ecclesiale. Di per sé non è un assoluto. In quanto attualizzazione
rappresentativa della chiesa locale, per certi versi, non è altro dalla stessa
chiesa locale, di cui ne esprime l’estrema localizzazione, quella appunto
“posta tra le case”. Ma quale la sua funzione, se e quando esiste come
distinta dalla chiesa locale, quale il ruolo sul territorio che è chiamato a
presiedere come comunità se non quello di fare da tramite, di essere in mezzo,
di mediare? Perdere questa sua funzione comunicativa per una comunità
parrocchiale significa anche perdere in qualche modo la propria ragion
d’essere, il perché è lì, “tra” quella gente. Tutto questo esprime
certamente la sua natura popolare, fatta cioè di popolo e non di élites.
In primo luogo caratterizza in profondità la sua natura mediazionale e
relazionale. “L’avvenire della parrocchia dipende anche dalla sua capacità
di rivelarsi per i cristiani, giovani e meno giovani, una rete degna di
interesse. Rete di persone di ogni condizione. Rete di parole scambiate, di
servizi condivisi, di fede e di carità vissute, di mistero contemplato. Rete in
cui i percorsi individuali si collegano ai percorsi comunitari, […]La
parrocchia-rete (paroisse-réseau)
apre le porte a tutti (ouvre ses portes au
tout venant)”.
La comunità, è vero, “non si attua senza la comunione, ma il presupposto di
quest’ultima è proprio la comunicazione”.
Kairologia,
progettualità, comunicazione: tre aspetti di un unico processo ecclesiale di
rinnovamento, che non hanno altra mira se non quella di ridare, a livello di
“mission”, nell’attuale azione
pastorale delle Chiese locali, soggettività alla parrocchia.